Parterre (VII): Intervista ai GENERIMISTI: storia di un percorso musicale

di Libera Capozucca

Qualche mese fa, a Milano, abbiamo avuto il piacere di incontrare i Generimisti. Abbiamo chiacchierato a lungo di musica, della band, e del disco che stanno suonando in giro. Un momento per raccontarsi e condividere con noi una passione che li anima da sempre.

Parlateci un po’ della vostra storia. Quando è nato il gruppo dei GENERIMISTI?
Noi due, Massimiliano Ferrari e Gheri Scarpellini, ci siamo conosciuti negli anni ’70. Non abbiamo una data di riferimento che segni la genesi della band, ma un luogo dove di certo ci siamo incontrati: “La cascina Ronchetti delle rane” dove i gruppi milanesi dell’epoca si riunivano per suonare.
Eravate adolescenti quando avete cominciato a fare musica?
Avevamo tra i 18 e i 20 anni e suonavamo in una prima formazione a momenti alterni perché Gheri si esibiva spesso all’estero. La band si chiamava “Mary P container”. All’inizio la musica era di tipo bandistico con sassofoni, flauto, tromba, basso, batteria. Poi l’impronta armonica arrivò quando Gheri si stabilì a Milano, entrando più assiduamente a collaborare con me.
E poi cosa è successo negli anni?
Io e Max siamo tornati a frequentarci e a fare musica. Avevo un po’ di pezzi nel cassetto, composti in diverse occasioni ma mai presentati dal vivo. Abbiamo iniziato a registrare e poi, visto che venivano bene, abbiamo pensato di lavorare a un progetto più ambizioso: un album che li includesse. Per realizzarlo abbiamo collaborato con altri musicisti, con qualche problema in merito alla ricerca della voce femminile più adatta. La nostra musica è complessa, articolata in suite strumentali, ci occorreva una voce in grado di improvvisare come uno strumento.
Allora possiamo dire che i GENERIMISTI nascono dall’amicizia e dal sodalizio artistico tra Max e Gheri?
Certamente partono da lì per arrivare nel tempo all’attuale formazione che si rifà all’album “SINGING DUNES”.
Come nascono le vostre canzoni, o meglio composizioni?
Di solito si parte da una melodia e poi si sviluppano i vari movimenti; infine si può aggiungere un testo. A volte, quando la band si incontra per suonare, si improvvisa: in quel contesto può venire fuori qualcosa di interessante. Alla versione finale di un brano partecipano comunque tutti i componenti del gruppo. Molta musica moderna nasce in questo modo: suonando.
Quali sono i vostri riferimenti musicali? Che cosa vi ispira?
Per rispondere a questa domanda basta pensare al nome della band. “GENERIMISTI” – in origine l’insegna di una drogheria in un paese tra l’Emilia e la Liguria – è il risultato dell’incontro tra musicisti con percorsi artistici e culturali differenti. La nostra formazione spazia dal rock all’etnico, dal jazz al fusion. Siamo sempre curiosi di sperimentare nuovi percorsi. Non è un progetto commerciale da mettere in vendita, noi suoniamo ciò che ci piace e lo facciamo per passione, per divertirci, per stare insieme. Questo è un lusso che alcune band non possono permettersi se hanno deciso di fare della musica la loro professione. I nostri riferimenti artistici sono tanti: siamo cresciuti ascoltando di tutto, prediligendo gruppi e musicisti innovativi come John Coltrane, Miles Davis, Pat Metheny, Frank Zappa, gli Area. Zappa, in particolare è stato un innovatore, un provocatore, uno sperimentatore straordinario. L’arte in generale ha sempre una tendenza alla liberazione e tanti artisti, non solo in campo musicale, hanno reso molto bene questa visione.
La mia formazione invece è più recente, ma di sicuro figlia di questi grandi musicisti che hanno vissuto negli anni della vostra giovinezza. Secondo voi c’è una rottura tra la musica di quel periodo e l’oggi?
La rottura c’è stata tra gli anni ’60 e i ’70. Quello è stato davvero un periodo straordinario, che ha segnato un prima e un dopo. Dagli anni ’70 in poi il processo musicale è ancora un flusso in movimento, in divenire. Dal blues è derivato il rock, che si è contaminato col jazz e altri generi, e così fino ad ora: la musica sopravvive se si rinnova, se no diventa revival. Di certo è cambiato il mercato discografico ma, anche se gli schemi su cui si costruisce la musica sono più o meno gli stessi di allora, è sempre in atto un processo continuo di evoluzione.
Quindi, se ho capito bene, in senso musicale la mia e la vostra generazione non sono in conflitto?
Certo che no. Sono cambiate le sonorità, grazie a importanti innovazioni in campo tecnologico, ma la musica di oggi prosegue sul filo di un discorso iniziato proprio in quegli anni.
A proposito di tecnologia, l’utilizzo di internet è il futuro del mercato musicale?
L’uso di internet è già il presente del mercato discografico e ha stravolto tutte le regole. Non ci sono quasi più negozi di dischi, che prima erano il centro di diffusione della musica. I vinili e i CD resistono ma sono diventati un mercato di nicchia. Noi compravamo i dischi anche per le copertine, che spesso erano straordinari esempi di creatività artistica. Oggi l’accesso alla musica è immediato, con una fruizione facile e diretta. Il rischio è la dispersione: in una miriade di proposte la qualità della musica è più difficile da individuare. Per noi l’uscita di un disco era un evento: spesso si condivideva l’ascolto con gli amici in un rituale in cui si discuteva e ci si divertiva, accomunati da una sincera passione per la musica.
Quindi arrivare a conoscere certi artisti era una vera e propria ricerca, quasi un percorso di educazione musicale che si acquisiva comprando dischi e condividendone l’ascolto.
Proprio così. Era una splendida avventura, una ragione di vivere, di stare insieme. E ascoltare musica dal vivo era per noi una magia. Ricordo ancora il concerto di Frank Zappa a Bologna. Sono passati molti anni, ma ogni tanto rivivo ancora quei momenti in cui ci siamo intrufolati nello stadio durante il soundcheck, avvicinandoci furtivamente al palco fino a raggiungere il buon Frank, che è rimasto per un po’ a chiacchierare con noi. Con i controlli di oggi queste cose non succedono più, e spesso si perde il senso del contatto tra il pubblico e i musicisti.
D’altro canto, tuttavia, internet permette di accedere alla musica in modo del tutto gratuito e questo non è propriamente negativo, perché andare a un concerto non è alla portata di tutti.
Di sicuro sì ma, come dicevamo, si corre il serio rischio di appiattire tutto. Alla fine ciò che conta è la spinta emozionale e la volontà soggettiva di trovare qualcosa di nuovo e interessante, che non si fermi al prodotto di massa ma si spinga oltre. C’è tanta bella musica in giro per il mondo, devi solo andartela a cercare.
Come quella che fate voi ragazzi. Il vostro live è carico di emozioni, cattura. Non è immediato, arriva lentamente, ma poi ti ci abbandoni dentro.
Questo ci fa molto piacere. Dovremmo suonare più spesso. In realtà stiamo riprendendo l’attività live dopo un periodo di assestamento e vorremmo esibirci dal vivo in modo più continuativo, ma riuscire a suonare non è cosa semplice. La nostra è musica originale, farina del nostro sacco, non così facile da piazzare.
Eh già! Questa è l’era delle tribute band. Con loro il pienone è assicurato.
Ma se devo ascoltare la copia allora è meglio l’originale, no? Scherzi a parte, le tribute band sono brave e funzionano perché la gente si riconosce in una certa tipologia e si diverte. La nostra musica richiede forse più un po’ più di attenzione, ma di solito chi ci viene a sentire torna a casa contento.
La realtà milanese offre spazi a fusion band come la vostra?
Pochi, per adesso. In città come Roma o Napoli, per esempio, c’è più fruizione di musica. La Sardegna poi è straordinaria perché ospita festival jazz con musicisti di altissimo livello. Importanti sono anche tanti piccoli centri che organizzano rassegne musicali di qualità.
Prima di salutarci parlateci un poco del vostro disco “SINGING DUNES”. E’ vero che è un prodotto interamente vostro?
Certo: SINGING DUNES è il frutto del lavoro di un paio d’anni passati a comporre, arrangiare e registrare una buona quantità di materiale (Le idee non ci mancano…). E’ stato realizzato nell’home recording studio di Max, è quindi un prodotto “fatto in casa”. Ci siamo divertiti a registrare quello che ci piaceva, senza restrizioni di genere o stile musicale. E’ senz’altro una scelta difficile, ma ci fa sentire più liberi. La copertina è una foto scattata da Gheri durante un viaggio in Cina, nel deserto dei Gobi, dove davvero le dune cantano quando sono lambite dal vento.
In conclusione: che significato ha fare musica per i GENERIMISTI?
Suonare è una delle cose che rendono la vita più bella: quando sei stanco ti ricarica, quando sei triste ti rigenera. Mette in circolo emozioni, energia, forza vitale. Suonare in un gruppo di amici è un modo di stare insieme e condividere una passione sincera e appagante.
Grazie di cuore ai GENERIMISTI. Più che un’intervista è stata per me un’interessante escursione nel mondo della musica.

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