Nella pericolosa normalità in cui viviamo, intervista al procuratore Sebastiano Ardita

Di Alfredo Nicotra “Dal giorno successivo all’omicidio tutto aveva iniziato lentamente a cambiare e non sarebbe stato più come era prima. Benché il potere si fosse chiuso a riccio, il gruppetto dei ragazzi di Pippo Fava continuò sulla stessa strada. Senza il direttore dovettero affrontare tempi duri. Cominciò per loro l’epoca del disincanto. Quei giovani erano abituati a vivere in prima linea e ad ascoltare i racconti di malavita dalla viva voce di chi conduceva le indagini. Ma solo dopo quell’evento capirono realmente come andavano le cose e come era malridotto lo Stato a Catania. (…) Capirono che c’era una gestione condivisa dell’ordine pubblico in città. (…) Questa era la Catania degli anni ottanta. Altro che trattativa. Esisteva un patto di ferro tra Stato e mafia e una sola parola d’ordine: volare basso.

Si resta eccessivamente turbati dalle pagine di Catania bene. Storia di un modello mafioso che è diventato dominante (pp. 200, Mondadori 2015) del magistrato Sebastiano Ardita, e smarriti dentro le pagine di questo saggio che coniuga la passione di un memoriale al rigore per il dettaglio e per il lavoro minuzioso sui documenti.

L’autore, procuratore della Repubblica aggiunto presso il Tribunale di Messina e una delle personalitàdecisive nella lotta alla criminalità organizzata etnea, conduce chi legge lontano dal clamore dei quartieri in cui è nata e si è sviluppata Cosa nostra catanese, per accompagnarlo per la prima volta dall’altra parte della città.
Nel mondo discreto dei “salotti buoni”, dove per quarant’anni, dagli inizi degli anni sessanta alla fine dei novanta, la borghesia imprenditoriale della città ha incontrato i boss, ne ha condiviso il potere e deciso insieme le sorti e il futuro della popolazione. Cedendo a una triplice strategia criminale che garantiva “rapporti con la politica; protezione agli imprenditori; cogestione dell’ordine pubblico con le forze di polizia”.

Di quel quarantennio la cronaca e i libri di mafia hanno già raccontato la storia sanguinosa, i cento morti all’anno. Dei nomi dei boss, dell’organigramma delle famiglie, del monopolio dei Cavalieri del lavoro. Ciò che Ardita riporta alla luce è una verità rimasta sepolta tra le carte, simile al fiume che scorre nelle profondità della città, l’Amenano (che si nasconde). Una storia corsa parallelamente a quella del potere mafioso, delle tante propaggini del potere istituzionale che da esso furono blandite.

Attraverso i ricordi di una stagione vissuta nell’impegno alla lotta alla criminalità e con il supporto dei documenti redatti dalla Commissione parlamentare antimafia della XIII Legislatura, Indagine su Catania, Ardita connette i fatti e i precedenti, i nomi e i passaggi sotterranei che portarono Cosa nostra al dominio incontrastato di tutta la provincia e il suo capo, Benedetto Santapaola, vincitore della guerra interna alla mafia catanese, svoltasi tra il 1978 e il 1982, a esprimere un metodo di governo e una capacità pervasiva in grado di infiltrarsi in tutto il tessuto sociale.
Mentre a Palermo si sparava e si sfidava lo Stato, a Catania si strinsero accordi tra “istituzioni, imprenditoria e mafia”, “relazioni occulte” e di interesse, che oggi sembrano preludere a un sistema che cominciò a consolidarsi e a espandersi nell’isola solo dopo le stragi degli anni novanta, e su cui si continua a indagare.

La strategia dell'”inabissamento” della mafia trovò proprio a Catania il suo laboratorio più fertile.

Sono molti gli aneddoti davvero angoscianti che il libro raccoglie per mostrarci le strette connivenze tra lo Stato e la mafia all’ombra del vulcano. Il più emblematico resta l’inchiesta di Torino, che l’11 dicembre 1984, quasi un anno dopo l’omicidio Fava, portò Catania e lo Stato alla sbarra. Quando vennero “arrestati due magistrati (…), lo storico comandante del gruppo dei carabinieri, alcuni ufficiali e sottoufficiali dellArma, il direttore del carcere di piazza Lanza e il comandante di reparto degli agenti di custodia”. Con l’accusa di aver favorito Cosa nostra.

Il suo libro restituisce finalmente ai lettori quello che è stato il fuori scena del racconto tradizionale della mafia catanese, rivelando una serie di episodi eloquenti del rapporto di “cogestione” dell’ordine pubblico e del potere tra le istituzioni e Cosa nostra catanese.
“Sì, ho cercato di riportare un pezzo di storia che si trovava in parte in alcuni libri importanti, che fanno riferimento a Catania, ma in buona parte sconosciuto o rimosso, come la storia dell’84 e la grande crisi istituzionale che ne seguì e di cui non cera traccia. E inoltre di legare i singoli episodi alla storia sociale della città, fornendo una chiave di lettura che potesse in qualche modo sia emozionare chi ama Catania ma allo stesso tempo renderlo consapevole di alcune modalità più che dei fatti in sé. Cioè di come essi potevano essere tra loro legati in modo forse diverso rispetto a come molte volte si è detto ‒ anche alla luce degli ultimi eventi che sono accaduti.

Ho seguito quindi una linea cronologica, ma poi ho cercato di ordinare questi avvenimenti l’un l’altro, facendo in modo che il lettore interpretasse i motivi e le ragioni che c’erano dietro ai casi individuali. E di evitare così che molti personaggi, tra cui anche le vittime della mafia che hanno lavorato per cambiare il volto di questa città, rimanessero sospesi, irrisolti.”

Ricollegando come dei puntini tutti questi episodi, essi diventano la testimonianza di una pratica che lei definisce “il modello vincente” catanese rispetto a quello palermitano (il patto stretto con le istituzioni, l'”inabissamento”). Una modalità che vuole uno Stato dialogante con le organizzazioni criminali. Una forma di trattativa ante litteram, simile a quella Stato-mafia degli anni novanta su cui si indaga tuttora.
“È un modello nato nel territorio catanese che in seguito viene esportato, perché vincente, diventando un modello che tutta Cosa nostra comincia a comprendere e ad attuare.”

Lei delinea i connotati di una mafia strategica e non più sanguinaria, evoluta nei metodi rispetto alle sue descrizioni ufficiali. È un modello che si rintraccia oggi anche in organizzazioni come la ‘ndrangheta o la camorra?
“Sì, seppure con modalità diverse. Questo modello o è ripreso o si ripete nelle altre organizzazioni. E anche nelle nuove mafie, nelle “mafie romane”, ad esempio. Un metodo che intercetta tutto ciò che crea vantaggio, ed evita tutto ciò che espone o mette in conflitto con lo Stato.”

Come interpreta le critiche a lei mosse di non entrare dettagliatamente negli aspetti che riguardano il presente?
“Io faccio il magistrato. Ciò che a me interessa è stabilire una prospettiva che guardi a un sistema di cose. Non inseguo fatti specifici, non inseguo fatti che non sono definiti, cerco di offrire un punto di vista. E poi soprattutto non sono uno scrittore. Per me contribuire a un dibattito e dare una prospettiva è già sufficiente. Non ho la pretesa di essere perfetto nella descrizione dei fatti ma nel racconto generale. Il mio scopo era anche quello di trasmettere delle emozioni, se ci sono riuscito bene altrimenti pazienza, sono contento lo stesso.”

Un aspetto importante che emerge è l’interesse della mafia per le periferie delle città. È un caso che esse restino marginali nelle attività di un’amministrazione o fa parte di una logica?
“È la logica dei pochi che detengono il potere, non solo politico ma anche economico, e dei molti che vengono sfruttati e utilizzati come massa di manovra. È una logica che si ripete e che a Catania ha dato questi frutti avvelenati. Si sa su cosa bisogna lavorare, se si vuole evitare che questo meccanismo si ripeta.”

Perché allora le istituzioni non fanno e non investono nelle periferie?
“Perché non si investe ma si finanzia, o meglio gli investimenti sono esigui ma i finanziamenti sono ingenti. E non tutto arriva alle periferie, ai luoghi dove dovrebbe arrivare. Anzi nella continuità dell’emergenza e del bisogno, ciò consente di avere nuove necessità di finanziamenti e di stanziare sempre nuove somme, attivando così un meccanismo illecito e un circolo vizioso.”

“Inabissamento”, patto con le istituzioni, masse di manovra, periferie. Sono questi gli elementi che sembrano definire la mafia oggi e che allo stesso tempo stanno ridisegnando il tessuto urbano della città. Anche dove si dice che la mafia non cè. Perché la mafia invece cè e Ardita nelle ultime pagine del libro ne fa un ritratto chiaro e senza sbavature: “Non è cambiata molto la città bene. Chi ha denaro continua a comandare, e nessuno, come si diceva, si pone il problema di capire da dove provenga la sua ricchezza. (…) Osservo uno splendido locale da ballo, pieno di strutture avveniristiche e manifatture preziose; poi guardo il costo del biglietto e mi domando: rientrerà nelle spese chi ha investito così tanto? Ammiro uno storico albergo sulla scogliera ionica, che era andato in crisi. Lo ritrovo tutto ristrutturato ed elegante; sembra un paradiso terrestre, ma è un paradiso vuoto, con gli ospiti che si contano sulle dita di una mano. Mi chiedo quale ‘mecenate’ ci sia dietro simile opera. La mafia non è cambiata. Si sta solo riorganizzando, replicando in termini più ampi la stessa formula vincente”. Nella “pericolosa normalità “in cui viviamo, ci avverte Ardita, Cosa nostra ha assunto l’aspetto di un'”organizzatissima nebulosa finanziaria”. Di una lobby che siede dentro l’economia reale, ma di cui è arduo ricostruire le molteplici “evoluzioni finanziarie”. “Le cui ricchezze (…) si sono consolidate magari all’estero e fanno capo a imprenditori formalmente non compromessi”. Tra le “opere che sgorgano come funghi in mezzo alla crisi, troveremo bilanci certificati, manager preparati, progetti avveniristici, professionalità e competenza” – scrive il procuratore – ma se vogliamo “provare a seguire i flussi finanziari, troveremo trasferimenti di proventi, liquidazioni, cessioni di quote, fusioni e scissioni, mutui e subentri dopo fallimenti”. È il nuovo volto della mafia divenuta “Cosa nostra 2.0”, somigliante sempre più a “una loggia segreta dove tutto fa capo alla finanza”. Con un piano: “controllare il potere finanziario e anche le istituzioni”, “influenzare tutti i poteri istituzionali” e “portare l’assalto al potere politico”, fino a “condizionare la magistratura e l’applicazione delle regole, cambiare la Costituzione, semplificare la governabilità, limitare la libertà di stampa”. Questa la sua “nuova strategia per il futuro”. Un futuro purtroppo vicino. Che questo libro ci fa già attraversare.

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