Le altre lingue: Le aree anglofone – Edgar Allan Poe

Terzo capitolo della rubrica “Le altre lingue” dedicato alla poesia anglofona. Il poeta selezionato e tradotto da Francesca Diano è Edgar Allan Poe. Buona lettura.


Edgar Allan Poe (3)

Oltre ad essere quello scrittore di incredibile ingegno e genio, uno dei maggiori sperimentatori, dei maggiori rivoluzionari della letteratura di tutti i tempi, Poe  è  – come già il suono del suo nome in certo senso volesse evocare – uno dei maggiori poeti americani e non solo americani. Un poeta che ha percorso vie ancora ignote, che lui stesso s’è tracciato, scrivendone nei suoi saggi, The Rationale of Verse, The Philosophy of Composition ( saggio in cui Poe analizza in modo puntuale la composizione di The Raven e la tecnica e teoria della composizione letteraria)  e The Poetic Principle.

Poe ha condotto ai suoi confini estremi l’idea, in realtà molto antica, che la poesia sia inscindibile dalla musica, stabilendo che sia musica essa stessa. La poesia è musica e il suo significato è  quella stessa musica.

La via nuova, la grande rivoluzione poetica che Poe operò nella poesia, non fu battuta dai suoi contemporanei americani, ma arrivò come un tuono all’anima di Baudelaire, suo primo e grandissimo traduttore, che fu preso da un amore totale e assoluto per questo genio infelice e tradito dai suoi contemporanei.  Cosa poi questo significò per Baudelaire e quale seguito ebbe nella scuola dei Decadenti francesi ed europei è noto. Rimando alla lettura del meraviglioso saggio che Baudelaire scrisse su Poe. Quel saggio famosissimo. scritto nel 1852, che così inizia:

“Di recente, fu tradotto dinanzi ai nostri tribunali un infelice la cui fronte era illustrata da un raro e singolare tatuaggio: Sfortuna! Egli portava così al di sopra dei suoi occhi l’etichetta della propria vita come un libro porta il suo titolo, e l’interrogatorio provò che quella bizzarra scritta era crudelmente veritiera. Nella storia letteraria ci sono destini analoghi, dannazioni, dannazioni di uomini che portano la parola scalogna scritta in caratteri misteriosi nelle pieghe sinuose della loro fronte. L’Angelo cieco dell’espiazione si è impadronito di loro, e li sferza senza pietà, a edificazione degli altri. Invano la loro vita mette in mostra talenti, virtù, grazia: ad essi la Società riserva uno speciale anatema, e li accusa delle menomazioni che la sua persecuzione ha provocato loro. Cosa mai non fece Hoffmann per disarmare il destino, e cosa non intraprese Balzac per scongiurare la sorte? Esiste dunque una Provvidenza diabolica che prepara la sventura sin dalla culla, che getta in modo premeditato nature spirituali e angeliche in ambienti ostili, come i martiri nei circhi? Ci sono dunque anime consacrate, votate all’altare, condannate a marciare verso la morte e verso la gloria attraverso le loro proprie rovine? L’incubo di Ténèbres assedierà eternamente queste anime elette? Invano si dibattono, invano si conformano al mondo, alle sue previdenze, alle sue astuzie; perfezioneranno la prudenza, tapperanno ogni uscita, imbottiranno le finestre contro i proiettili del caso; ma il Diavolo entrerà dalla serratura; una perfezione sarà il difetto della loro corazza, e una qualità superlativa il germe della loro dannazione.”

Questa ricerca ossessiva e maniacale del valore musicale della parola, che in realtà è presente anche nella sua prosa, rende difficilissima e in alcuni casi impossibile, la traduzione (una traduzione degna di questo nome) delle poesie di Edgarpoe (come lo chiamano i suoi innamorati, me compresa).

Penso ad esempio a The Bells, Le campane, il cui effetto è tutto giocato sulla riproduzione del suono delle campane a festa, a morto, di allarme. Un testo poetico che è una partitura musicale, un pezzo di jazz, un fuoco d’artificio di effetti sonori e semantici sorprendenti, mai uditi, che ti scagliano sulle montagne russe più estreme e che fanno tremare i polsi.

Tradurre la poesia di Poe dunque, è davvero un’impresa. Ma io amo le imprese e già molti anni fa mi venne voglia di misurarmi con la bellezza siderea, soprannaturale dei suoi versi.

NOTA

Nella mia  traduzione ho mantenuto la massima fedeltà al testo originale e ho cercato di riprodurre il ritmo musicale più simile possibile a quello del poemetto originale. Un ritmo ondulante, ipnotico, sovrannaturale, quasi da incantatore di serpenti. Ho conservato perciò, per quanto possibile, l’uso del doppio ottonario e del settenario della metrica originale.

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EDGAR ALLAN POE
IL CORVO
Traduzione e cura di Francesca Diano

Il CORVO (1845) 

The Raven

 

Una tetra mezzanotte, meditando, fiacco e stanco

Sopra tomi antichi e strani di perdute conoscenze,

Con il capo tentennante, quasi mezzo addormentato,

Ecco a un tratto un lieve battito, come chi grattasse piano

Come chi grattasse piano alla porta della stanza.

«Non è che un visitatore», mormorai, «Che batte piano

alla porta della stanza –

Questo solo, e nulla più».

 

Ah, ricordo chiaramente ch’era un tristo assai dicembre,

E ogni brace moribonda proiettava il proprio spettro.

Agognavo all’indomani: – vanamente avea cercato

Di trovare nei miei libri qualche tregua alla mia pena –

Pena per Leonore perduta –

Per la rara e risplendente giovinetta a cui hanno dato

Nome gli angeli  Leonore –

Che qui un nome avrà mai più.

 

Ed il serico frusciare, così incerto delle tende

Rosse mi facea tremare – mi colmava

di fantastici terrori sempre prima sconosciuti.

Così ora, per tacere il pulsare del mio cuore, ritto in piedi

————————————————————————————————–[ripetevo

«Non è che un visitatore che mi supplica d’entrare dalla

————————————————————————[porta della stanza; –

Qualche ospite in ritardo che mi supplica d’entrare;

Questo solo e nulla più».

 

E d’un tratto ebbi coraggio; cancellai l’esitazione,

«Oh signore», dissi, «o Dama, perdonatemi, v’imploro;

Ma di fatto ero assopito e così lieve bussaste

E così sommessamente voi bussaste alla mia porta,

Che mi parve appena udire» – e qui spalancai la porta; –

Solo buio e nulla più.

 

Scrutai a lungo nella tenebra, ritto, incerto, spaventato,

Dubitante e poi sognando sogni che prima mortale

osò mai nemmen sognare.

Ma il silenzio era profondo e la tenebra spietata

Ed un’unica parola – bisbigliata – fu «Leonore!»

Questo era il mio sussurro ed un’eco mormorante

mi rispose, «Leonore!»

Solo questo e nulla più.

 

Ritornando nella stanza, la mia anima un incendio,

Presto ancora udii bussare con più forza del passato.

«Di sicuro» dissi, «certo è qualcosa alla finestra:

Su vediamo cos’è mai; ch’io disveli quel mistero –

Che il mio cuore un po’ si calmi e che io sveli il mistero; –

Solo il vento e nulla più!»

 

E l’imposta spalancai quando, un frullo e un batter d’ali,

Entrò un Corvo maestoso, di remoti giorni sacri.

Non mi fece riverenze; né un istante stette fermo,

Ma s’andò a posare sopra l’architrave della porta

come un nobile signore o milady, appollaiato

sopra il busto di Minerva che sovrasta la mia porta.

Fermo, immoto e nulla più.

 

Poi l’uccello nero ebano fece sì che in un sorriso

Io sciogliessi le atre angosce, col decoro grave e nobile

del severo atteggiamento.

«Pur se il ciuffo hai tu rasato, di sicuro tu sei fiero», dissi,

«corvo torvo, orrido e antico che veleggi dalle plaghe

della Notte – dimmi quale nome nobile hai tu

sopra il lido plutoniano  ch’è confine della Notte!»

Disse il Corvo, «Mai non più».

 

Molto mi meravigliai nell’udir quell’uccellaccio favellare

—————————————————————————————[tanto chiaro,

Pur se quella sua risposta non aveva senso alcuno

e a sproposito veniva;

Ché chi mai può convenire, che vivente creatura

Mai abbia visto un tale uccello sulla porta di una stanza.

Un uccello o altro animale sopra il busto cesellato sulla

—————————————————————————–[porta della stanza.

Il cui nome è «Mai non più».

 

Ma, posato solitario sopra quel busto sereno, solamente

————————————————————————————-[disse il Corvo

Sol quell’unica parola, come se vi riversasse

per intero la sua anima.

E null’altro disse ancora – e non piuma scosse o mosse –

Finché appena bisbigliai, «Altri amici son fuggiti prima

———————————————————————————————–[d’ora –

E domattina egli pur mi lascerà, come già ogni mia

—————————————————————————————–[speranza».

E l’uccello: «Mai non più».

 

Mi sorprese quel silenzio, rotto solo dalla replica

così a senso pronunciata.

«Senza dubbio», dissi allora, «quel che dice non è altro

che soltanto dire sa

E l’ha appreso da un padrone incalzato da Sciagura

—————————————————————————————[impietosa

Ancora e ancora, tal che un solo  ritornello era quello dei

————————————————————————————–[suoi canti –

Che i suoi pianti disperati con quel triste ritornello ebber

————————————————————————————————[chiusa

Sempre quello, sempre quello

“Non più mai – mai non più”».

 

Ma quel Corvo, trasmutò le mie tristi fantasie

nuovamente in un sorriso

Ed allora trascinai proprio accanto a lui e alla porta

e poi al busto una poltrona:

Poi, affondato nel velluto, presi allora a collegare

Fantasia e fantasticare e mi chiesi che volesse

dire mai quell’uccello antico e infausto –

Cosa mai quel tristo, goffo, spaventoso e infausto uccello–

Dir volesse nel gracchiare  «Mai non più».

 

Ciò, seduto, riflettevo, ma non sillaba volgevo

All’uccello  i cui occhi accesi mi bruciavano nel petto;

Questo ed altro ripensavo, con la testa reclinata

Sul velluto del cuscino che la lampada assetata riguardava

—————————————————————————————-[avidamente,

Ma il velluto del cuscino viola, che la lampada assetata

riguardava avidamente

Lei non premerà mai più!

 

Poi parve addensarsi l’aria, con profumi ch’esalavano

da invisibile incensiere

Oscillato da alati angeli, i cui passi tintinnando

risonavano sul marmo.

«Infelice», gridai allora. «è il tuo Dio che li ha mandati –

con questi angeli ti invia un sollievo ed un nepente

al ricordo di Leonore!

Su trangugia quel nepente e dimentica Leonore!»

Disse il Corvo, «Mai non più».

 

«Oh Profeta!» dissi, «creatura dell’inferno! – ma profeta

————————————————————————————–[nondimeno

che sia tu diavolo o uccello! –

Che ti mandi il Tentatore, o tempesta abbia inviato,

Solitario ma indomato in questo deserto incantato –

In codesta mia magione dell’Orrore – dimmi imploro –

Vi è – vi è un balsamo in Gilead? Dimmi, dimmelo,

—————————————————————————————[t’imploro!»

Disse il Corvo, «Mai non più».

 

«Oh Profeta!» dissi, «creatura dell’inferno! – ma profeta

————————————————————————————–[nondimeno

che tu sia diavolo o uccello!

Per quel Ciel che ci sovrasta – per quel Dio che entrambi

—————————————————————————————-[amiamo –

Di’ a quest’animo gravato dal tormento, se nell’Eden

Sì distante stringerò la cara santa a cui  Leonore

nome gli angeli hanno dato –

Stringerò la risplendente giovinetta rara a cui hanno dato

nome  gli angeli Leonore?»

Disse  il Corvo, «Mai non più».

 

«Sia un addio questo tuo dire, uccellaccio di sventure!»

gridai alzandomi all’impiedi –

«Fa’ ritorno alla tempesta ed al lido plutoniano

della Notte!

Non lasciare piuma nera a ricordo del mentire che hai

—————————————————————————[dianzi pronunciato!

Lascia intatto il mio silenzio! Lascia il busto sulla porta!

Togli il becco dal mio cuore e il tuo corpo dalla porta!»

Disse il Corvo, «Mai non più».

 

Ed il Corvo non s’alzò; sempre posa, sempre posa

Sopra il bianco busto pallido di Minerva sulla porta;

E i suoi occhi hanno l’aspetto di un demonio sognatore

E la luce della lampada che lo inonda getta l’ombra

sua di sopra il pavimento;

La mia anima dall’ombra che per terra aleggia immota

non si alzerà – mai più!


In copertina: Edgar Allan Poe (© Ryan Kittleson).

 

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