Daniel Auteuil: “Il mio confronto intenso con Andò e Servillo”

Locandina

Luglio 2015. Ultimo giorno di riprese del film Le confessioni. Daniel Auteuil, che interpreta il personaggio chiave del direttore del Fondo monetario internazionale, si rilassa in piscina in un albergo a Fiuggi in attesa dell’ultimo ciak, in un clima di relax antitetico a quello del suo personaggio. In una confessione che scandisce l’intero intreccio, l’attore di Un coeur en hiver (Un cuore in inverno), Le huitième jour (L’ottavo giorno, premio a Cannes nel 1996 come migliore interprete) e Caché (Niente da nascondere) dà vita a un emozionante confronto notturno con Toni Servillo, nei panni del monaco Roberto Salus. Prima di incarnare per l’ultima volta la figura drammatica di uno degli uomini più potenti del pianeta, scosso da un abisso morale ed esistenziale, Auteuil, nato ad Algeri nel 1950, risponde sereno alle domande ed esprime il proprio apprezzamento per questa seconda esperienza con Roberto Andò e per aver recitato per la prima volta con Servillo. Rivela anche, senza celare uno sguardo ironico e divertito, di incarnare i suoi personaggi misteriosi, quelli che lo hanno reso famoso, con naturalezza, lasciando poi allo spettatore il compito di proiettare su di essi un mondo di complessità e di enigmi.

Il personaggio di Daniel Roché appare lacerato e senza speranza nelle sequenze della confessione…

“In effetti, si tratta di una figura divisa tra il suo prestigioso lavoro di portare ossigeno all’economia del pianeta e una ragione personale: la malattia che lo spinge a domandarsi se tutto ciò che lo riguarda abbia un senso. Le confessioni racconta la storia di un personaggio toccato da una tragedia intima che non può rivelare a nessuno del suo mondo”.

La confessione è un grido dell’anima, come emerge nel film. Come ha espresso questa sofferenza?

“Il mio personaggio è avvolto nel mistero e lo spettatore si interroga sulla sua figura per tutto l’intreccio, fino all’ultimo fotogramma. Io ho deciso, con Roberto Andò, nel preparare questo ruolo, di essere il più possibile immerso nella vita quando affronto le dispute teoriche del mio personaggio, mescolate alle sue problematiche personali. L’attenzione alle sfumature? In realtà, per interpretare Daniel Roché, sono stato capace fortunatamente di esteriorizzare di più”.

Come è stato il confronto con Toni Servillo?

“Molto arricchente. Io sono un grande ammiratore di Toni. Quello che è formidabile, in questa avventura, è che noi attori di questo film ci ammiriamo reciprocamente, felici di lavorare insieme. Da tempo desideravo recitare con Servillo. Si è trattato di un incontro che fa bene alla mente e dà respiro. Nella settimana in Germania, in cui abbiamo girato il momento della confessione, distribuito in vari flashback lungo la storia, ci siamo sforzati di dare il meglio di noi stessi in uno scambio molto intenso. Non volevo deludere un interprete come Toni”.

Qual è l’essenza di questo confronto interpretativo alla Dostoevskij?

“Quello che mi piace è che si tratta di un confronto eccitante. In fondo, Roché e Salus non sono due persone fatte per capirsi. Da una parte, un uomo il cui potere è artificiale; dall’altra, un uomo il cui potere deriva da Dio. Hanno idee del mondo e del potere antitetiche, ma ciascuno è persuaso di avere ragione”.

Come è stata la seconda esperienza con Roberto Andò dopo Sotto falso nome?

“Io ho percepito, e dico questo con molto affetto, che Roberto Andò ha trovato la sua  strada e che ha trovato il suo attore in Toni Servillo. Per tutti e due, è un incontro che genera bei progetti. Io penso che Roberto abbia raggiunto una maturità che gli consenta di raccontare delle storie complicate in modo semplice, mentre prima raccontava storie complicate in modo complicato. Lui finalmente ha trovato se stesso”.

Parliamo della sua carriera: il senso del mistero caratterizza i suoi personaggi. È stata una sfida trasmetterlo in Daniel Roché?

“Sì. La difficoltà era quella di portare vita, trasmettere vitalità a un personaggio che la sta perdendo. È un ruolo che richiede delle energie significative, che non si possono affrontare solo sul piano dell’intelligenza. In generale, i personaggi che possiedono dei segreti sono davvero piacevoli da impersonare, perché la caratteristica di un segreto è quella di nasconderlo. Quando si recitano personaggi così, si trattiene il più possibile. Più l’attore si trattiene, più lo spettatore si identifica e ha desiderio di conoscere. Dunque, sono ruoli, purché siano ben scritti e ben messi in scena, assai facili da fare e che non mi richiedono molto sforzo”.

La figura tragica di Roché evoca la crisi di una civiltà, quella occidentale?

“Certamente. La forza di questa storia è nella sua correlazione diretta con la realtà e adesso siamo noi artisti a dover dare ragioni per sperare, anche se non ce ne sono molte, ormai. Il miglior modo è quello di far sparire qualcosa, un sistema che non funziona più, sperando che qualcosa di nuovo arriverà. Forse esiste nella realtà, chissà, un economista che ha, al pari del mio personaggio, un segreto”.

Le confessioni è un film sulle illusioni? E anche il cinema fa parte di queste illusioni?

“Cinema e illusioni stanno bene insieme ma questa storia si rapporta con un mondo che non esiste più, che sta svanendo. Il mio personaggio è capace, a partire da un’equazione, di fare arrivare del denaro sui mercati e di inventare un denaro che non esiste. Dunque, il mio Daniel Roché fabbrica delle illusioni, nello stile tipico degli illusionisti, e il nostro amico della Chiesa, Roberto Salus, fabbrica invece delle speranze”.

La fille du puisatier nel 2011 e La Trilogie Marseillaise nel 2012: che cosa significa per lei dirigere film?

“Non è un percorso obbligato ma è una via naturale. Arriva un momento in cui si pensa che si possa portare la propria esperienza, e il proprio sguardo, ancora più a fondo. Allora, si ha il desiderio di raccontare delle storie attraverso il proprio prisma, il prisma personale, e non più tramite lo sguardo di un altro. È la cosa più naturale ma non è facile da fare accettare alle persone del mestiere. È più semplice essere in una sola categoria”.

Differenze tra la cultura italiana e francese nel cinema?

“La mia passione cinefila proviene dal cinema italiano, dall’amore per il neorealismo fino agli anni Ottanta e Novanta e poi ai resistenti di adesso. Noi francesi abbiamo la fortuna di avere un sistema di produzione che offre un sostegno maggiore ma io non mi illudo: in generale, non c’è molto spazio per film come Le confessioni. Di conseguenza, sono molto felice di aver partecipato a questo progetto raro e ancora una volta per una ragione molto semplice: per il piacere di avere avuto uno scambio con Roberto Andò e di recitare con Toni Servillo. Incontrare delle intelligenze, in un confronto intenso, fa piuttosto bene”.

Marco Olivieri

Traduzione di Daniela Caccamo

L’autore dell’intervista è curatore del libro Le confessioni, Skira, Ginevra-Milano 2016. Il volume contiene la sceneggiatura di Roberto Andò e Angelo Pasquini, le fotografie di Lia Pasqualino e, a cura di Olivieri, una postfazione, le interviste a regista e sceneggiatore e al protagonista Toni Servillo.

Inoltre, Olivieri ha scritto un diario dal set in esclusiva per il mensile Ciak (aprile 2016).

L’intervista con Daniel Auteuil appare anche nel backstage de “Le confessioni”, diretto da Dario Indelicato, inserito nel Dvd e Blu-Ray del film.

La produzione è di Bibi Film di Angelo Barbagallo e Rai Cinema, con numerosi partner internazionali.

Fotografie di Lia Pasqualino tratte dalla pagina Facebook del film.

 

 

 

 

 

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