Hidden Gems (a cura di Alessandro Calzavara) – 14) The High

The High

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I poveri spesso seguivano i carrozzoni, pattugliandone la scia, nella speranza che qualcosa ne cadesse. Cibo, suppellettili, scatole dal contenuto ignoto. A volte poteva capitare che venisse giù proprio qualcuno, in carne e ossa. Oppure che ci si dimenticasse d’imbarcare qualcuno, lasciandolo nella sinistra compagnia degli avvoltoi. Non so effettivamente di che carrozzoni io stia parlando, probabilmente di un’idea platonica che divora, nell’alveo di quelle dispense mobili, brandelli sanguinolenti di tempo e ne scaglia via le frattaglie dopo aver loro apposto un codice a barre. Fatto sta che gli occhi di tutti, anche delle vecchine satolle d’esperienza sui balconi o dei nuovi sceriffi della critica musicale, li seguissero con molta attenzione, sino a quando i giochi della prospettiva non li escludevano dal guardo. Ma noi rigattieri, noi che cerchiamo un cantuccio all’ombra dell’ufficialità, della Storia con la s maiuscola, noi che ne avvertiamo vibratilmente l’aleatorietà, noi non possiamo staccare lo sguardo dal carrozzone, come le vecchine. Noi siamo i poveri e abbiamo sempre fame. E il cibo pubblicizzato non sazia la smania di Bellezza che il vile denaro sporca.

Allora richiamiamo alla memoria (i meno giovani ci riusciranno a un semplice schiocco di neuroni) il carrozzone della Manchester che percorse il nostro campo visivo a cavallo tra gli ’80 e i ’90 e apparecchiamoci a gustare una briciola che pochi colsero, vestigia d’un cibo ancora ben conservato e abbastanza facilmente recuperabile.

I Ride avevano da poco pubblicato il capolavoro “Nowhere”, affogandolo in pantagruelici parapiglia di feedback sognanti e autodissolutori, cavalcando la ben nota tendenza del genere umano a negarsi ogni possibilità d’approdo progressivo. Sta bene: se c’è una verità – dettaglio più dettaglio meno – deve assomigliarvi cospicuamente. Ma il mercato deve funzionare e la shoah must go on, sicché ci fu chi s’assunse il compito di ribadire il ruolo della speranza nelle intricate sperequazioni della socialità.

Furono gli High del singer John Matthews (già con Steve Diggle nei Buzzcocks F. O. C. (f.a.k.e., più che altro) a issare il vessillo del pensiero positivo pubblicando il loro album d’esordio (primo di due lp) titolandolo, roboantemente (e meno rock’n’rollamente) “Somewhere Soon”. Bravi ragazzi, pronti anche a essere confusi con i Gen Rosso pur di diffondere la lieta novella. Ma fosse solo per questo potremmo tranquillamente cassarli e con un certo compiacimento.

Il punto è che “Da Qualche Parte Presto” è un disco particolarmente bello. Non ha più di tanto in comune con Stone Roses (da cui proviene il chitarrista Andy Couzens) e Inspiral Carpets (da cui proviene il batterista Chris Goodwin), ma giunge da una band dal ben più basso profilo, commerciale e umano. I jingle jangle di Couzens sembrano mostrare le più segrete trame di fibre intraviste nella vaporosità d’un sogno; la voce di Matthews è una versione più adolescente di quella di Ian Brown (e ciò richiama, in qualche modo, la pulizia etica piuttosto che quella etnica); l’impasto complessivo è leggero ma nutriente, scorre via con lievità ma non s’espelle con facilità. Per me ha il gusto d’una madeleine sempiterna ingollata a sedici anni e acquattata nello stanzino delle emozioni.

Uno dei pezzi forti dell’abum, “Box Set Go”, ben posizionato in apertura, è stato – sia detto per gli storicisti – l’ultimo pezzo su cui la buon’anima di Martin Hannett ha messo le mani prima di congiungerle definitivamente. Ma anche dove la band deve fare un po’ più per conto suo i risultati non sono inferiori: la breve “A minor turn” è uno di quei boccioli da cui inevitabilmente verrà fuori un colore imprevisto; “This is my world” ha il piglio dell’anthem dimesso; “So I can see” giungerà infine a vedere; “P. W. A.” no, perché non so per cosa stia l’acronimo.

Il piacere di “Somewhere Soon” sta tutto nel piacere dell’accoratezza e dell’illusione, unite a un gusto che se fosse stato appena appena più wave e scafato li avrebbe resi sovrapponibili ai Chameleons. Così formulo la mia sciocchezza conclusiva: gli High sono i Chameleons che hanno rubato gli strumenti ai Primal Scream di “Sonic Flower Groove”.

Alessandro Calzavara


In copertina: Somewhere soon (front cover, The High, 1990).

2 pensieri su “Hidden Gems (a cura di Alessandro Calzavara) – 14) The High

  1. Visti dal vivo a Bovolenta (PD) nel Settembre 1991. Personalmente li sento più vicini ai Charlatans che ai Chameleons. Non ho mai capito chi fosse riuscito a convincerli a suonare presso gli impianti sportivi di un paesotto in piena campagna. Grande band, grande disco, grande indimenticabile concerto.

  2. Ciao Nicola, felice di sapere che te li ricordi. I Charlatans suonavano già con i loro stessi strumenti 😉

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