Le parole della fine – a cura di Laura Liberale e Giovanna Zulian – San Francesco d’Assisi

San Francesco d’Assisi, di Claude Aveline
(traduzione di Giovanna Zulian)

È naturale che le ultime parole di un’anima pia siano per il Dio che essa venera. La Legenda aurea, tutte le agiografie consentono di stabilirne un notevole florilegio, dallo stesso accento e spesso dalla stessa forma, malgrado la diversità delle circostanze. Poiché bisogna scegliere, adottiamo il santo che non ha mai scelto, che fraternizzò con tutto l’universo, gli uomini e le bestie feroci, i fiori, le rocce, l’acqua, il fuoco, il vento, la luna e il sole. Niente gli sembrava più sacro che di essere povero e semplice di spirito. Quando fondò il suo ordine, lo chiamò l’ordine dei Frati Minori, come se avesse detto l’ordine dei Frati Bambini. Lui che aveva sognato nella sua giovinezza opulenta e mondana di essere un grande principe, si era ritagliato una tonaca da un pezzo di sacco, come cintura una corda, e, a piedi nudi, era partito da Assisi fino a Roma per divulgare le sue parole di gioia e di meraviglia.
I sei che lo seguirono all’inizio divennero tremila. Percorsero il mondo. Lui stesso, malgrado i grandi dolori fisici, se ne andò a predicare in Egitto. Ivi contrasse una malattia agli occhi e, al suo ritorno nel 1220 ( aveva trentotto anni), rinunciò alle sue funzioni di superiore dell’ordine. Si ritirò sul monte della Verna, diviso tra le sofferenze e la devozione, e s’indentificò così bene con Cristo che, racconta Tommaso da Celano suo contemporaneo, le stigmate della Crocifissione lo segnarono un giorno alle mani e ai piedi, e la piaga della lancia al fianco. Da questo miracolo alla morte, passarono ancora due anni. Incapace di camminare, Francesco, lasciando la montagna, percorreva a dorso d’asino le strade della sua provincia celebrando la Creazione. Oppure rimaneva in piedi per delle ore, immobile, in estasi, sotto il sole come sotto la pioggia. Più soffriva più testimoniava felicità. Non era mai stato bello e divenne deforme, con il ventre e le gambe gonfie; ma si vedeva emanare da lui una grande luce. Non si nutriva più, vomitava sangue, nessun rimedio poteva dargli sollievo. I suoi fratelli lo riportarono ad Assisi. Là, avendo obbligato il medico a chiarirgli il suo stato, comprese che la morte era prossima. Mise allora un’ultima strofa al suo Cantico del Sole. Recitava così:

Tu sia lodato, mio Signore, per nostra sorella morte corporale
a cui nessun uomo può scappare!
Guai a coloro che moriranno in peccato mortale;
beati coloro che rispetteranno le Tue sante volontà;
perché la seconda morte non potrà far loro alcun male!

Francesco dettò in seguito un testamento nobile e lucido. Si augurò di essere portato nella misera capanna in cui aveva alloggiato altre volte finché intraprendeva con i suoi primi discepoli la ricostruzione della Chiesa di San Damiano: era la chiesa della sua conversione, vent’anni prima. Si fece deporre sulla nuda terra, cambiò il suo abito con una veste estranea per meglio rimarcare che egli non possedeva niente.
L’ultima mattina, chiese che delle ceneri fossero sparse su di lui “perché presto”, disse, “io non sarò altro che cenere e polvere”. Fratello Leone e Fratello Angelo, due dei tre compagni che poco dopo avrebbero redatto il racconto delle sue azioni e dei suoi prodigi, gli cantarono la strofa sulla morte. Egli ripeté molte volte: “Che tu sia la benvenuta, sorella morte! Che tu sia la benvenuta!” e la ricevette mentre cantava, a sua volta, con voce forte, un salmo di Davide:

Con la mia voce io grido al Signore
con la mia voce io imploro il Signore…

Così morì Francesco d’Assisi, il 3 ottobre del 1226, ad appena quarantaquattro anni. Era stato chiamato Francesco perché suo padre conosceva e apprezzava la Francia. E – secondo Tommaso da Celano – “quando lo bruciava il fuoco dello Spirito Santo, egli proferiva parole ardenti in lingua francese… Il divino mormorio che le sue orecchie percepivano interiormente diventava, sulle sue labbra, un canto di allegria nella lingua dei paesi di Francia”. Usare il francese per predicare l’amore, ecco una ragione in più per serbargli il nostro cuore.

In copertina: statua di Padre A. Martini (Cagliari).

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