Hidden Gems (a cura di Alessandro Calzavara) – 2) The Incredible String Band

The Incredible String Band

“La bellissima figliola del boia”, l’indefesso gioco delle alternanze, il ludus essenziale degli opposti eraclitei: dall’ombra la luce e dalla luce l’ombra. Yin e Yang, ma sarebbe a dire: Robin Williamson e Mike Heron, anno di grazia millenovecentosessantotto.


the incredible

Anni di possibilità spalancate, accarezzate come se inaugurassero un futuro diverso, restituito all’uomo, all’arte, alla creatività sociale: possibilità fumate, urlate mentre un manto cementizio prende magicamente a sgargiare di falle iridescenti: mille e mille furono i sentieri che confluirono in quest’irripetibile interstizio storico, pure troppo angusto per contenere tutto ciò che sarebbe potuto essere. Risicati furono 365 giorni per accogliere la confluenza di millenni in suppurazione e insopportabile divenne ogni recinto atto a delimitare il transito di mandrie umane psico-svaganti ulcerate dalla noia della vile borghesità conformista.
Il 1968 si coagula così nella materia di cui è composto: “The hangman’s beautiful daughter” è una delle sue immagini perfette. Gran parte del movimento si rapprende in questi solchi: il misticismo, l’euforia, la sperimentazione, l’eclettismo, la droga, l’ideale.

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Ma sintanto che dura ed è il 1968, (e dura da appena un anno prima – l’anno della folgore 1967 – annus sanctum rock’n’rolli psichedelicii) – il mondo quasi s’avvede del suo ritardo rispetto a giovani musicisti che su bobina magnetica provano a scombiccherare il codice d’avviamento postale della normalità costumata di zie invaghite di crooners tenebrosi e folle di sorelle e cugini scossi nello spirito da rassicuranti vibrazioni di grancasse beat.
L’Incredible String Band incredibilizza ogni strumento umanamente suonabile, sovverte la scolastica ripartizione dei generi e andmoreagain – nella stagione dell’amore esperienzialmente coatto – riconduce ad unità (forse parziale e occidentale, ma pur sempre ansiosa di totalità) il globo musicale.
Vi sono solo due motivi certi per cui l’Incredible String Band oggi non è oggetto di ipersecrezione discografica postuma, per cui non le vengono dedicate cronologie certosine sulle ore in studio di registrazione e chissà quanto altro porti agli onori uno dei più grandi capolavori della psichedelia europea: il primo – il più ovvio – è lo stesso per cui due è maggiore di uno; perché questa è arte incompromessa, senza Let it be e sottomarini gialli di sorta a solcare le onde più superficiali; la seconda è perché Mike Heron, pur con tutto il bene che gli vogliamo, non vale il Paul McCartney dei giorni migliori, né vocalmente né compositivamente. Il suo focale ruolo nella band è quello di equilibrare e ricondurre al “rock” la vena profondamente eclettica e “etnica” di Robin Williamson, genio possessore d’una modulazione vocale -ancora appunto- incredibile.
Ad afferrare per i piedi i Mike e Robin di quegli anni shakerandoli per bene, vedremmo giù a terra sul manto erboso idee e guizzi pronti a riempire i fogli d’una dozzina di Sgt. Pepper.

Vuole una leggenda alimentata dal produttore Joe Boyd che i due fossero molto competitivi (si odiassero, a riportare i termini esatti) e che nessuno avrebbe mai potuto sopportare di lasciare “intonsa” una composizione dell’altro. Gli arrangiamenti di questo disco sarebbero il frutto di questa estrema tensione interpersonale – autentico tour de force arrangiativo. Non vi è qui armonia che non sia commentata; che sia il sitar, il dulcimer o l’harpsichord di Mike o il gimbri, il chahanai o l’arpa di Robin, la melodia è sovrana, e l’estasi è intessuta di arabeschi lussureggianti.
Come in Eraclito, le disarmonie individuate (le graziose dissonanze) sono superate e ricomprese nella grande armonia che regge e governa l’incessante opera creativa della natura. Mike e Robin sono solo le sue mani; è qualcosa d’immanente e onnicomprensivo a dettare i tempi.
È l’acqua stessa che, dopo Talete, ha scelto nuovi messaggeri per esprimersi. In The water song, i flauti sono suoni d’uccelli, gli uccelli cinguettano suoni d’organo, e soprattutto si staglia l’invocazione: “maga dei cambiamenti, insegnami la lezione del fluire”. Ma fluiamo per ordine.

Il disco s’apre subito con un capolavoro melodico: Koeeaddi there, che sembra la perfetta armonizzazione di 5 o 6 canzoni del miglior Donovan insieme, tenera e nostalgica carrellata di sogni e trasfigurazioni naturalistico-adolescenziali in chiave minore, interpolata da una stornellata panteistico-sapienziale, manifesto programmatico dell’intera opera: “earth water fire and air/met together in a garden fair/put in a basket bound/with skin if you/answer this riddle/you’ll never begin”.
Segue lo sketch da operetta pagana The minotaur’s song, che incede buffamente fra un pianoforte da vaudeville e cori ebbro-muggenti, unica burla e oasi di relax compositivo del disco, ma al solito, gli arrangiamenti fremono e contrappuntano fino ad estendersi oltre la durata effettiva del pezzo, con l’aria di chi sia stato appena sgamato…
Witches hat con la sua accordatura di chitarra ‘aperta’, la sua elegante suadenza vocale al servizio di una filastrocca infantile è annoverabile fra i classici di Williamson, così come il pezzo seguente, A very cellular song è probabilmente il classico per antonomasia di Heron (in questo disco minoritario in quanto a numero di pezzi); 13 minuti di fratturato minestrone; strofe che si passano il testimone e guizzano nella stessa scatola piena di farfalle, ora a ritmi circensi ora a scatti temporizzati di ritornello; non v’è strumento che non figuri nella sfilata o non vi figurerebbe. Tutto scorre velocemente – i pezzi di Mike sono blank, piccoli declivi che annunciano ogni volta le estasi pianuriche di Robin; Mercy I cry city, e Swift as the wind amalgamano muezzin e rodeo, si lamentano e poi ancora festeggiano, preannunciano, indicano. Waltz of the new moon arpeggia una suggestione levantina – e scivola sul mellifluo tappeto fluttuante della voce di Robin; è un affresco che solleva le pietre più nascoste, cercando vita dentro la vita, lambendo la stasi di ombre cristallizzate in memoria.
Three is a green crown è litania magica, fulcro dell’anima sacro/orientale del gruppo. Ogni discernimento è sospeso sino a Nightfall, ninnananna cosmica, addio trascendente che sibila tra foglie e rumori in agguato.

Alessandro Calzavara


In copertina: The hangman’s beautiful daughter (front cover, The Incredible String Band, 1968).

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