Poeti tradotti da poeti. Marco Malvestio traduce Philip Larkin (seconda parte)

In questa seconda parte vengono tradotte le poesie più lunghe di Philip Larkin. Buona lettura (Marco Malvestio)

I Remember, I Remember (1955)

Coming up England by a different line
for once, early in the cold new year,
we stopped, and, watching men with number plates
sprint down the platform to familiar gates,
“Why, Coventry!” I exclaimed. “I was born here”.

I leant far out, and squinnied for a sign
that this was still the town that had been ‘mine’
so long, but found I wasn’t even clear
which side was which. From where those cycle-crates
were standing, had we annually departed

for all those family hols? . . . A whistle went:
things moved. I sat back, staring at my boots.
“Was that”, my friend smiled, “where you ‘have your roots’?”.
No, only where my childhood was unspent,
I wanted to retort, just where I started:

by now I’ve got the whole place clearly charted.
our garden, first: where I did not invent
blinding theologies of flowers and fruits,
and wasn’t spoken to by an old hat.
And here we have that splendid family

I never ran to when I got depressed,
the boys all biceps and the girls all chest,
their comic Ford, their farm where I could be
‘really myself’. I’ll show you, come to that,
the bracken where I never trembling sat,

determined to go through with it; where she
lay back, and “all became a burning mist”.
And, in those offices, my doggerel
was not set up in blunt ten-point, nor read
by a distinguished cousin of the mayor,

who didn’t call and tell my father “There
Before us, had we the gift to see ahead” –

“You look as though you wished the place in Hell”,
My friend said, “judging from your face”. “Oh well,
I suppose it’s not the place’s fault”, I said.

“Nothing, like something, happens anywhere”.

 

Mi ricordo, mi ricordo (1955)

Risalendo l’Inghilterra con un treno

diverso, per una volta, nel freddo di gennaio,

spiando a una sosta gli impiegati correre

per la stazione verso uscite familiari,

“Coventry!” esclamai, “Ci sono nato”.

Mi sporsi alla ricerca di un segnale

che quella città, che così tanto tempo

era stata “mia”, fosse rimasta tale,

ma mi accorsi di non distinguere neppure

i lati della stazione. È da dove

ci sono quei container che ogni anno

partivamo per le vacanze? … Un fischio:

ci muovemmo. Mi risedetti, gli occhi bassi.

“È lì” sorrise l’amico “che ‘hai le tue radici’?”.

No, volevo ribattere, solamente dove

ho sprecato l’infanzia, dove ho cominciato.

Ora ricordo tutto con chiarezza:

il nostro giardino, innanzitutto: dove mai

ho tessuto teologie brillanti

di frutta e fiori, né mi ha mai rivolto

la parola un anziano.

Ed ecco quella splendida famiglia

da cui non sono mai corso se ero triste,

i ragazzi tutti muscoli, le ragazze tutto seno,

la loro ridicola Ford, la fattoria

dov’ero “davvero io”. Vieni, ti mostro l’albero

sotto il quale non mi sono mai seduto

deciso ad andare fino in fondo. Dove lei

si sdraiò, e “l’atmosfera si fece bollente” –

e, in quegli uffici, la mia poesia sgraziata

non fu stampata a grandi lettere né letta

da un noto cugino del sindaco,

che non chiamò mio padre e non gli disse

“Davanti a noi abbiamo il privilegio di vedere” –

“Spediresti all’inferno questo posto”

disse il mio amico, “Si direbbe dalla faccia”.

“Oh no, immagino non sia colpa del posto.

Niente, come qualcosa, capita dappertutto”.

 

Church Going (1955)

Once I am sure there’s nothing going on

I step inside, letting the door thud shut.

Another church: matting, seats, and stone,

and little books; sprawlings of flowers, cut

for Sunday, brownish now; some brass and stuff

up at the holy end; the small neat organ;

and a tense, musty, unignorable silence,

brewed God knows how long. Hatless, I take off

my cycle-clips in awkward reverence.

Move forward, run my hand around the font.

from where I stand, the roof looks almost new –

cleaned, or restored? Someone would know: I don’t.

Mounting the lectern, I peruse a few

hectoring large-scale verses, and pronounce

‘Here endeth’ much more loudly than I’d meant.

The echoes snigger briefly. Back at the door

I sign the book, donate an Irish sixpence,

reflect the place was not worth stopping for.

Yet stop I did: in fact I often do,

and always end much at a loss like this,

wondering what to look for; wondering, too,

when churches will fall completely out of use

what we shall turn them into, if we shall keep

a few cathedrals chronically on show,

their parchment, plate and pyx in locked cases,

and let the rest rent-free to rain and sheep.

Shall we avoid them as unlucky places?

Or, after dark, will dubious women come

to make their children touch a particular stone;

pick simples for a cancer; or on some

advised night see walking a dead one?

Power of some sort will go on

in games, in riddles, seemingly at random;

but superstition, like belief, must die,

and what remains when disbelief has gone?

Grass, weedy pavement, brambles, buttress, sky,

a shape less recognisable each week,

a purpose more obscure. I wonder who

will be the last, the very last, to seek

this place for what it was; one of the crew

that tap and jot and know what rood-lofts were?

Some ruin-bibber, randy for antique,

or Christmas-addict, counting on a whiff

of gown-and-bands and organ-pipes and myrrh?

Or will he be my representative,

bored, uninformed, knowing the ghostly silt

dispersed, yet tending to this cross of ground

through suburb scrub because it held unspilt

so long and equably what since is found

only in separation – marriage, and birth,

and death, and thoughts of these – for which was built

this special shell? For, though I’ve no idea

what this accoutred frowsty barn is worth,

it pleases me to stand in silence here;

a serious house on serious earth it is,

in whose blent air all our compulsions meet,

are recognized, and robed as destinies.

and that much never can be obsolete,

since someone will forever be surprising

a hunger in himself to be more serious,

and gravitating with it to this ground,

which, he once heard, was proper to grow wise in,

if only that so many dead lie round.

 

Andare in chiesa (1955)

Quando sono certo non vi siano cerimonie

entro, lasciando sbattere le porte.

Un’altra chiesa: stuoie, panche, pietra,

breviari; distese di fiori tagliati

per la domenica, ora sciupati;

ottoni e utensili giù in fondo; il piccolo

organo sta al suo posto; il silenzio

è palpabile, teso, ammuffito,

fermenta da Dio sa quanto. Col cappello

in mano, sistemo i pantaloni

da pioggia con imbarazzata deferenza,

avanzo, sfiorando con la mano

il fonte battesimale.

Qui da dove guardo, il tetto sembra nuovo.

Pulito o restaurato? Qualcun altro

lo potrebbe sapere, non io.

Sul pulpito, leggo attentamente

parole intimidatorie, scritte a grossi caratteri,

pronunciando “Qui finisce” con più forza

del previsto. L’eco ghigna rapida.

Firmo il libro delle visite, dono un penny, penso

che non valeva la pena di fermarsi.

Però l’ho fatto: come faccio spesso,

e sempre per una perdita di tempo

simile, chiedendomi cosa ci sia

da vedere, e chiedendomi, pure,

quando saranno cadute in disuso,

in che trasformeremo le chiese,

se terremo un po’ di cattedrali

in esibizione permanente, pergamene,

piatti e tabernacolo in una teca

e le altre sfitte, per pecore e maltempo.

Le eviteremo come luoghi maledetti?

O con il buio, donne prudenti

andranno coi bambini per toccare

una certa pietra, a cercare un rimedio

per il cancro; oppure, in certe notti

a vedere un morto che cammina?

Un qualche potere le sarà attribuito

come per caso, in giochi e indovinelli.

Ma la superstizione, come la fede, si spegne,

e quando persino lo scetticismo

è tramontato, che cosa rimane?

Erba, pavimenti ammuffiti,

rovi, rovine, cielo.

Una forma sempre meno distinguibile,

uno scopo sempre più oscuro. Mi chiedo

chi sarà l’ultimo, proprio l’ultimo, a cercare

questo posto per quello che era; uno di quelli

che saggiano con mano, che raccolgono

appunio, che sanno cos’era il tramezzo?

Oppure un fanatico delle rovine,

eccitato dall’antichità,

o un curioso della domenica che spera in uno sbuffo

di paramenti, nell’organo, in mirra?

O uno più simile a me,

annoiato, disinformato, che sa che si è disperso

il limo spettrale e tuttavia

ha attraversato la periferia

fino a questo pezzo di terreno

che così a lungo e così tranquillamente

ha tenuto intatto quello che da allora

si trova soltanto nella separazione

(matrimonio e nascita e morte, cose così),

per cui fu costruito questo santuario?

Perché, benché io non capisca

davvero il valore di questa baracca,

provo piacere nello stare qui in silenzio;

un luogo austero su una terra austera,

nella cui aria composita si incontrano

tutte le nostre ossessioni, e vengono riconosciute

e trattate come destini.

E questo non sarà mai obsoleto,

perché qualcuno ci sarà sempre

che in sé scoprirà un bisogno più serio

e con esso sarà attratto a questo luogo,

che era il luogo, come gli avranno detto,

adatto a coltivare la saggezza,

altro non fosse che per tutti i morti

che ci sono intorno.

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