Un principe a Ficarra

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel primo anno di attività. Marco Olivieri sul libro di Maria Antonietta Ferraloro: Tomasi di Lampedusa e i luoghi del Gattopardo (pubblicato il 24 ottobre 2014).


È l’estate del 1943. In fuga da Palermo, mentre infuria la guerra, tra gli ultimi giorni di luglio e la prima decade di agosto, il principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa e la moglie, la psicoanalista Licy Wolff Stomersee, trovano riparo a Ficarra, sui Nebrodi, non molto lontano dalla villa dei Piccolo a Capo d’Orlando. A ricostruire la permanenza (per tre mesi) dell’autore del Gattopardo, in un periodo particolarmente difficile, tra lo sbarco degli Alleati e le rappresaglie tedesche, è la studiosa siciliana Maria Antonietta Ferraloro, insegnante e Dottoressa di Ricerca in Storia della cultura (Università di Catania). Pubblicato nell’ottobre 2014, il suo libro, dal titolo “Tomasi di Lampedusa e i luoghi del Gattopardo” (Pacini Editore), viene adesso ristampato – con tanto di commento di Gioacchino Lanza Tomasi (“Un saggio pieno di novità e dalla bibliografia importante”) e della specialista di letteratura italiana contemporanea Sophie Nezri-Dufour (“Una riflessione originale e molto rigorosa. Un linguaggio elegante e precisissimo”) – e sarà presentato al Salone internazionale del libro di Torino sabato 16 maggio (alle 16.00).

Si tratta di un saggio dotato di rigore, capacità interpretativa, scrupolosità scientifica e passione nel ricostruire non solo la vicenda, passata inosservata, ma il mondo culturale ricco e complesso di uno scrittore atipico, che diverrà celebre dopo la sua morte. Dopo un breve periodo a Capo d’Orlando – l’abitazione affittata venne distrutta da una bomba – Tomasi e la madre, raggiunti poi da Licy Wolff, decisero di spostarsi verso l’entroterra, in un paese del comprensorio dei Nebrodi, suggerito dal cugino, il poeta Lucio Piccolo. Erano infatti i Piccolo a poter garantire un alloggio a Ficarra, a villa Vina, e il sostegno di uomini fidati. Tra i momenti più difficili del viaggio (tra mulattiere e strade secondarie), a causa dei combattimenti in corso, il principe e le due donne si trovarono nei pressi di un campo tedesco quando questo veniva mitragliato da aerei nemici.

Scrive la studiosa: “L’idea di una ricognizione sui luoghi del Gattopardo ha in me radici profonde. Malgrado l’importanza, nel dibattito contemporaneo, del grande tema della spazialità questo lavoro su Giuseppe Tomasi di Lampedusa non nasce dal semplice bisogno di aderire a una linea di ricerca che ha ormai acquisito un credito crescente tra gli studiosi – anche se vi trae strumenti e spunti. Il perno invisibile sul quale ruotano le pagine di questi saggi è un altro. Trova il suo terreno più fertile in una motivazione decisamente intima, personale. Ho vissuto sino a vent’anni a Ficarra. Il preside della mia scuola media era Pietro Ferraloro, che di Tomasi era stato amico; il mio professore di italiano era Giuseppe Celona, uno tra gli interpreti più raffinati della poesia piccoliniana. Il loro insegnamento, unito ai racconti della gente, sollecitava la mia curiosità sulla figura e l’opera dei due geniali cugini. Sono cresciuta, infatti, ascoltando le favolose vicissitudini dei baroni Lucio, Casimiro e Agata Giovanna Piccolo di Calanovella. Gli aneddoti, anche feroci – penso a Giuseppe, il figlio perduto di Lucio, e alla sua esistenza segnata sin dal concepimento dal dolore –, che riguardavano le loro vite straordinarie e misteriose, consumate al riparo da sguardi indiscreti nella prigione dorata di villa Vina. Sono cresciuta, soprattutto, assieme alle storie che gli adulti di allora intrecciavano, come un “cunto” antico, sul soggiorno ficarrese di Lampedusa e sul suo celebre romanzo, nel quale si dicevano sicuri che fossero confluiti episodi e persone del paese”.

Con una scrittura efficace e coinvolgente al tempo stesso, l’autrice inserisce questa nota intima nel quadro di un’accurata operazione metodologica che prende spunto da Michail Bachtin, con il suo “Estetica e romanzo”. Ovvero, l’intuizione del cronotopo, una categoria che lo studioso russo ha introdotto in letteratura per indicare l’interdipendenza reciproca fra i vettori temporali e spaziali all’interno di un’opera. Un’intuizione che spiega l’analisi della scrittura di Tomasi di Lampedusa – oltre al Gattopardo, le Lezioni, i Racconti e gli epistolari – in rapporto ai luoghi e agli spazi vissuti e trasfigurati nell’opera letteraria.
Il volume presenta un primo capitolo di analisi letteraria, “Lo spazio come poetica”, che si sofferma sugli elementi di modernità del capolavoro postumo. Scrive M. A. Ferraloro: “Lo scopo è quello di dimostrare che, malgrado in alcune delle sue parti l’opera presenti dei punti di contatto con un registro semiotico tipico di certa narrazione ottocentesca, la tramatura spaziotemporale su cui posa l’intero libro è decisamente innovativa”. È un’attenta ricostruzione del legame territorio-immaginario, in un contesto più specifico, quello del secondo capitolo, “Nuove ipotesi interpretative”, premessa per il terzo, “Un principe a Ficarra”. “Sebbene sia assodato l’intimo legame che questo autore instaurò durante la sua esistenza con i luoghi dove si è trovato a vivere, i tre mesi che egli trascorse nel paese sono stati sistematicamente ignorati o trattati con sufficienza dagli studiosi. La tesi che questo libro espone dimostra, al contrario, che tale soggiorno costituisce un momento ben identificabile nella biografia del principe e occupa un suo piccolo ma riconoscibilissimo spazio nel grande affresco gattopardiano”, spiega la studiosa.
In particolare, si rendono note alcune testimonianze interessanti, come quella di Vittorio Tumeo, figlio di quel Ciccio Tumeo che nel romanzo “Il Gattopardo” regala il suo nome e alcune caratteristiche al personaggio dell’organista di Donnafugata. Durante la permanenza del principe, infatti, accadde che, a pochi chilometri di Ficarra, un giovane militare tedesco venisse colpito gravemente al ventre. I compagni se lo trascinarono dietro fino a quando il militare morì. Frettolosamente, venne scavata una fossa, a pochi metri dalla casa colonica nella quale i Piccolo si fermavano durante i loro soggiorni a Ficarra. Scrive M. A. Ferraloro: “I convulsi accadimenti di quei giorni impedirono alle persone di dare al militare una sepoltura più adeguata, malgrado il lezzo nauseabondo che ammorbava l’aria e lo spettacolo orribile di un cadavere che affiorava dal terreno. Il morto rimase così, quasi adagiato contro l’ulivo, esposto alle intemperie e facile preda degli animali”. La tesi dell’autrice è che questo episodio abbia influenzato un elemento narrativo essenziale del I capitolo del “Gattopardo”, quello del ritrovamento del giovane borbonico, tra senso di morte e disfacimento di un mondo: “Tomasi di Lampedusa si trovava già a Ficarra, mentre si consumava o era ancora molto forte l’eco di questo tragico fatto di cronaca. È impensabile che non ne abbia avuto notizia. Il comune è piccolo e nessuno sarebbe potuto entrare nella proprietà dei baroni di Calanovella senza l’autorizzazione di Teresa Mastrogiovanni o dei suoi figli. Le coincidenze, tra l’episodio di cronaca e la fabula gattopardiana incentrata sul personaggio soldato, sono troppe numerose per rimanere circoscritte a un piano di pura casualità. Al pari delle tessere di un mosaico, invece, tanti aspetti dei due eventi combaciano perfettamente tra loro. Nell’uno e nell’altro caso ritroviamo, quali elementi in comune, la giovane età del militare sconosciuto; la sconsolata dimensione di solitudine in cui si situa questa morte; l’albero tomba (o culla?) contro cui il militare viene addossato; certi raccapriccianti particolari legati alla ferita: uno squarcio mortale al ventre; il tanfo; le offese patite dal corpo; la tomba improvvisata; il fatto che il cadavere rimase per alcuni giorni insepolto e che, a causa di ciò, alcune parti riaffiorassero dal terreno. Ritroviamo soprattutto un’identità sostanziale – di tipo letterario, naturalmente, non lo si sottolineerà mai abbastanza – tra il luogo in cui trova la morte il soldato tedesco e lo spazio cronotopico all’interno del quale scorre e si compie il movimento romanzesco. Questo vuol dire che il giardino del principe, nel capolavoro di Lampedusa, non può essere inteso soltanto come la rappresentazione di un’immagine narrativa, nutrita dalla prodigiosa memoria letteraria dell’autore; né tantomeno può essere ridotto a una riproposizione allegorica di un mondo nobiliare al tramonto (…)”.
Nel libro “Tomasi di Lampedusa e i luoghi del Gattopardo”, tra riferimenti letterari e critici di alto livello, questa ricostruzione storica si fonde con una coltissima e appassionata rivisitazione critica dell’universo creativo di Tomasi di Lampedusa. Autore che ancora ha molto da dire, in una chiave interpretativa originale e lontana dai luoghi comuni. Da rivelare anche la ricca bibliografia, le interessanti appendici, la presentazione del professore Nunzio Zago e le tante testimonianze e documentazioni (grazie anche al giornalista Franco Tumeo).  Il mondo di Tomasi di Lampedusa e di Lucio Piccolo, come dimostra questo libro, è più vivo che mai.

Marco Olivieri

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