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Consonanze e dissonanze di Lorenzo Mari – Sull’esilio, ancora e ancora

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Sull’esilio, ancora e ancora.

“Persona minore” (Qudu, 2015) di Giancarlo Sissa

Oltre ad aver considerato libri come Manuale di insonnia (2004) una lettura preziosa, se non fondamentale, nella mia ‘formazione’ – e qualunque cosa questo termine voglia dire… – sono molte le singolari coincidenze, che possono persino diventare labili consonanze – senza nulla insinuare, al di là di questo – che potrei elencare, nel prendere in considerazione la traiettoria del poeta Giancarlo Sissa.

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Giancarlo Sissa

Nati a Mantova a vent’anni di distanza, attratti da Bologna e poi transitati per l’Andalusia e Parigi: non sono soltanto i punti sulla carta geografica a disegnare un percorso piuttosto simile, ma anche una relazione con i luoghi, che contribuisce a crearne e ricrearne continuamente lo spirito, facendosi fondativa di un’attitudine che poi si realizza in modi diversi e specifici. Leggere Persona minore (Qudu, 2015), raccolta di poèmes en prose che esce nello stesso anno di una prima auto-antologia di Sissa, Autoritratto (poesie 1990-2012), per Italic/Pequod, mi obbliga a ripercorrere proprio questa geografia e la sua storia intima, dividendomi tra la lettura, in qualche modo oggettivante, e i percorsi che ne deviano, irrimediabilmente. Cerco, in altre parole, di non rimanere invischiato in quella che può essere la competizione della nostalgia tra Parigi e Siviglia, che anch’io provo, o proverò – sensazione acuita, da una parte, dalla qualità estetizzante di queste ‘città di poesia’  (si veda, ad esempio, questa recente, e convincente analisi di Sonia Domínguez sulla città andalusa) e sminuita, sempre, dal timore di essere un po’ bobò, qui, o irrimediabilmente guiri, là, sulle sponde del Guadalquivir.

Resta, a questo punto, una ‘poesia in prosa’ – il termine è convenientemente impreciso – che è senza dubbio potente, quando Sissa rievoca la difficoltà primaria, e al tempo stesso l’incanto, di scrivere rime come “fiore amore”, da Umberto Saba in poi, e infila rime baciate cercando di sostenerne l’urto ormai inattuale. Forza che si scioglie in debolezza nella “quasi versificazione” che conclude “Luna-Park”, unico esempio in tutta la raccolta; forza per nulla attratta dalle possibilità di ricerca linguistica che oggi mostra il genere, i suoi sotto- o contro-generi, perché in ballo, come ricorda la poetessa Serena Dibiase, nella sua lettera-prefazione, c’è il tentativo di ridare senso a parole come “dio” (sempre minuscolo, in Sissa, ma non per questo meno presente, spesso come sacralità della persona, per quanto minore), “speranza”, “patria” o “amore”.

Il cammino è quello dell’esilio, ancora una volta parola da intendere diversamente nella scrittura e nell’occhio di chi legge, come avevo notato nel caso della raccolta di Luigi Cannillo che apre questa rubrica. Un esilio che, in Persona minore, ricorda la parola adamantina e desertica di Edmond Jabès, ma non rinuncia, attraversando sorniona una carnalità, cui in fondo si finisce per non credere, e una parola rivoluzionaria cui invece si è decisamente smesso di credere, a un sentimentalismo che la località parigina vuole anche, e senza marchio di infamia, prévertiano.

Vie divergenti, ancora, nell’esilio che segna tante strade, di autori diversi per estrazione, età, orientamento, parola. Eppure, una comunanza di nuovo, nelle parole dello stesso Sissa, che hanno la qualità dell’implacabilità, indomita e tenera, fino all’esposizione massima che è qualità indifferibile della vera poesia, in Saint Malo: “Mariniamo la scuola, amore mio, nel tè dolce e nel vento, nella danza che sogna bastioni azzurri di mare, il mistero d’acqua, il figlio che siamo. Mi cercheresti? mi ridaresti la mano? questo fa la differenza, l’indifesa sorpresa.”

CERESE

Il sentiero che va nell’infanzia ha fossi pieni di rane e viole fra l’erba, ha sole d’acqua e pescatori senza volto, ha gesti di mani, passi brevi e saltellanti, ha pietà di chi scorda la pietà, il prurito alle ginocchia, lo sputo del rospo, la vera sete.

JEREZ DE LA FRONTERA

1

L’azzurro che bagna il tavolino è un vecchio che intreccia la geometria del cesto. Il bicchiere di tè s’impolvera al sole. Anche il toro è un angelo stupito. C’è una luce di vigilia nei frutti del mattino, un’allegrezza d’equipaggio, l’impazienza che scaglia i semi umani, il pane impastato dalle mani in uno sputo di luce. Cosa sarà l’ultimo giro del sangue? I sogni vani della fame?

2

E quell’uomo, passata Plaza de la Angustia, che vende lumache e insalata è il Cristo urlante dei suoi fratelli? treno che cuce la luce notturna del mare in una festa di whisky e gonne leggere, papaveri, porte azzurre alle spalle dei fiori.

IL MONDO DEL MATTINO I

Abitiamo in punti diversi e sparsi della stessa costa. Sogniamo in momenti diversi e sparsi della stessa sosta. I prossimi vecchi siamo noi, in riva al mare a bere il vino delle dieci del mattino.

Lorenzo Mari

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Immagine di copertina: Vincent van Gogh, La casa gialla, 1888 olio su tela

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