La trilogia di Arthur Koestler

di Mario Amato 

Ci sono coscienze dalle quali non si esce se non con la morte. Spesso i fatti – che nella storia congelano gli affetti, essi relegati sempre nella calda e agonizzante memoria, troppo soggettiva – non si possono spiegare, solo si trova la forza di giustificarli, non importa quanto a posteriori. Questo è il caso di un intellettuale come Arthur Koestler, il quale costretto a obliare la parte umana di sé, si redime mediante una filosofia segreta, elaborata mentalmente giorno per giorno, una resistenza inconscia dentro la rimozione, per sfuggire alla cellula comunista:

Dopo pochi mesi nel partito la mia fede cominciò ad assumere una forma più duttile e duratura. […] Così la mia ingenua fede iniziale si mutò lentamente in un credo privato, esoterico, che era più malleabile, e a prova d’urto con la realtà.[1]

Dopo un’adolescenza vissuta alla scoperta del sionismo[2], si converte al comunismo nel 1931 – da attante del suo tempo – perché vi sente l’utopia di un momento epocale, la massificazione di valori come l’uguaglianza e la giustizia sempre negati agli alienati, iniziando a lavorare come venditore della rivoluzione: giornalista, viaggiatore, indagatore di problemi sociali dall’Artico al Caucaso, fino a quando non sperimenta nella città desertica di Aşgabat, nel Turkmenistan, il primo grande processo farsa.[3]
Intrappolato dentro una psicologia doppia, Koestler sente il desiderio di rimuovere dalla cecità mentale la sua coscienza infelice. Si accorge che le cose non sembrano come sono, non sono come sembrano[4]. Così, la parabola del messaggio iniziale è destinata al capovolgimento dei valori ortodossi del marxismo, che in letteratura significa approdare senza via d’uscita alla distopia. Da qui il progetto di una trilogia: la scrittura come mezzo di espiazione, per indagare l’etica della rivoluzione; per rinnegare la natura fideistica del comunismo; per compromettere il valore della psicanalisi.

E’ discutibile l’artisticità dei romanzi, in uomo più intellettuale che scrittore, più filosofo che poeta, ma se la letteratura trova il suo fondamento nella ricerca del linguaggio, risulta originale il lavorio che sta sotto la semantica del testo. Essendo scritti I Gladiatori nel 1939 in ungherese, Buio a mezzogiorno nel 1941 in tedesco, Arrivo e partenza nel 1943 in inglese, Koestler si rivela non solo un poliglotta, un cosmopolita, quanto anche uno sperimentatore di lingue differenti, capace di dare una connotazione particolare al pensiero che si converte in parola, sebbene non si può negare che il valore essenziale della sua opera sia di natura storica[5]. Questo pensa lo storico Tony Judt dello scrittore naturalizzato inglese:

Di tutte le caratteristiche di Koestler, quella che mi sembra la più importante e interessante è la sua condizione di straniero. Come molti intellettuali centroeuropei della sua generazione, Koestler non viveva in un luogo fisso. Si spostava di paese in paese, di lingua in lingua, da un incarico all’altro.[6]

Dopo aver scritto i primi libri[7], inizia un romanzo, Le avventure in esilio del compagno uccellino-cip e dei suoi amici – destinato a non restare, condannato dal partito per le tendenze borghesi, sebbene di genere realistico-socialista ancora intriso di psicologia dell’individuo – nel momento in cui viene incaricato di lavorare in una casa di profughi nel 1934. Da quel momento in avanti Koestler capisce di essere dalla parte sbagliata.[8]
Svolto l’ultimo grande incarico del partito, scoprire cosa fosse realmente il fascismo, lo scrittore si ritira dal presente e cerca una dimensione nel passato, che combatta per lui. Inizia a indagare sul nome di Spartaco[9], la cui storia singolare lo affascina al punto da progettare un romanzo storico. Non si rifugia nel Seicento di Manzoni o nel Medioevo di Scott, ma ancora più in fondo alle tenebre, nella storia romana avanti Cristo, così da creare un’analogia diacronica che trattasse del presente, come spiegare un fatto analizzandone un altro ad esso affine. Da qui nasce I gladiatori[10], la storia dello schiavo Spartaco che fuggito insieme ad altri 70 compagni conquista mezza penisola per due mesi, sconfiggendo quattro volte Roma, vedendo il suo esercito evolversi fino a settantamila uomini: per koestler la prima grande rivoluzione proletaria.
Il personaggio di Spartaco, liberato da una prima connotazione romantica, finisce per rappresentare i processi arcani della Storia, oltre che un alter ego del suo autore, nel momento in cui riflette il cammino verso la libertà interiore. La storia sul capo della rivolta nei secoli era stata scritta dagli occhi dei vincitori, i Pompeo, i Crasso, i Varinio… senza tenere conto della psicologia delle masse. Koestler finisce per unire il protagonista alla sua biografia, quando scopre che il proletariato romano prima dell’avvento del Cristianesimo non poteva conoscere alcune idee dello spartachismo – una sorta di programma socialista che negava la distinzione naturale tra schiavi e liberi, che propugnava una colonia utopica basata sulla proprietà in comune -, che quindi esse dovessero giungere dall’oriente: il messianismo dei profeti ebrei.[11]
Quando l’Impero sconfigge gli schiavi – che già nel primo secolo a. C. divenuti il doppio degli uomini liberi –, il proletariato romano non insorge più, e quasi cinque secoli dopo a spazzare via Roma è, paradossalmente, l’invasore barbaro. In poche parole Koestler sta mettendo in discussione la profezia pragmatica di Marx, nel cui Manifesto comunista aveva asserito che la lotta tra i liberi e gli oppressi avrebbe dovuto portare alla dissoluzione delle classi, per una rivoluzione totale della società. Spartaco impara che per liberare gli oppressi deve imprigionare gli oppressori, deve divenire dialetticamente il suo opposto; e quando si rende conto di essere dalla parte sbagliata rinuncia a instaurare una tirannia, perché l’amore per la pietà non può e non vuole trovarlo mediante la coercizione; deve infine condannare la rivoluzione e spegnersi nel buio.
Quel buio che torna nel successivo romanzo, Buio a mezzogiorno[12], per ripetere in un altro modo ciò che non era stato afferrato col vecchio linguaggio; per attualizzare il più inafferrabile e contemporaneo presente, alla luce del sole. Imprigionato nella comoda stanza 40[13], nel 1937 in Spagna, con l’accusa di complicità in una ribellione militare, poi di spionaggio, Koestler sperimenta l’ansia della morte; lo stretto contatto con l’altra faccia della dittatura lo convince definitivamente che ogni sistema totalitario, sia esso di destra o di sinistra, possiede in una forma differente lo stesso contenuto. L’anno successivo avviene il processo farsa delle purghe staliniane, il più importante blocco antisovietico a Mosca, tra le cui vittime sono presenti personalità del Partito storico: Nikolaj Bucharin, Kristian Rakovskij, Aleksej Rykov. Il primo di essi diviene modello per il protagonista Rubasciov, un vecchio bolscevico: è il momento in cui Koestler rompe col comunismo per sabotare il mito sovietico.
L’atmosfera è realisticamente onirica nelle prime pagine, quasi un ripetersi dell’incubo kafkiano[14]. Il protagonista sta sognando dell’ultima volta che è stato arrestato nel paese nemico; una volta sveglio capisce che il suo arresto avviene nel suo paese per volontà di un altro dittatore: una confusione che unisce simbolicamente sotto un’unica definizione la dittatura sovietica a quella nazista. Qui è la denuncia sociale a prevalere, il genere del roman à thèse. Koestler riflette sulla filosofia della Storia: perché Bucharin/Rubasciov confessano delle menzogne? Fino a che punto si possono uccidere uomini per un ideale incompatibile alla realtà?

Questo afferma Ivanov[15], durante l’interrogatorio a Rubasciov:

La maggior tentazione per la gente come noi è quella di rinunciare alla violenza, di pentirsi, di pacificarsi con se stessi. La maggior parte dei grandi rivoluzionari ha ceduto a questa tentazione, da Spartaco a Danton e a Dostoevskij; essi rappresentano la forma di tradimento della causa. Le tentazioni di Dio sono sempre state più pericolose per il genere umano di quelle di Satana.[16]

Chi si comporta come Spartaco si fa vincere dalla propria coscienza, dimenticando l’indiscutibile voce del Partito. La pietà e l’io borghese devono essere relegati nel passato, rimossi per un io più universale, calato dall’alto; l’occhio che George Orwell – il quale molto deve a Koestler – in seguito chiamerà Big Brother.
Qui è la conversazione dialettica a essere protagonista, la logica secondo cui il Partito forza le sue vittime a confessare la loro colpa. Non c’è traccia di violenza[17], sebbene essa fosse usata dai comunisti tanto quanto dalle dittature moderne. A spiegare il nodo interrogativo è ancora una volta lo storico Tony Judt:

La risposta è che Buio a mezzogiorno non è un libro sulle vittime del comunismo. E’ un libro sui comunisti. […] E il romanzo di Koestler è il magnifico tentativo di un intellettuale ex comunista di spiegare ad altri intellettuali perché il comunismo perseguitò i propri intellettuali e perché questi contribuirono alla propria mortificazione. Per ragioni simili, è anche una apologia indiretta del passato di Koestler nel comunismo[18]

Ecco perché Buio a mezzogiorno non può essere considerato un romanzo anticomunista, ma una riflessione sull’uso improprio del potere: uno Spartaco che stavolta non si lascia guidare dalla sua voce interiore ma prosegue la lotta, sacrificando uomini per l’umanità, per il N. 1: simbolicamente Stalin, allegoricamente l’idea della Storia.
Alla fine, tuttavia, quando Ivanov viene giustiziato, vittima del suo stesso lavoro,perché di vecchia generazione mette l’intelligenza al servizio del Partito piuttosto che la fede e ha dei dubbi sulla fondatezza dell’accusa di Rubasciov, viene sostituito dal secondo magistrato, Gletkin, il nuovo rappresentante della dottrina cieca. Quasi come se Koestler volesse far emergere l’aspetto più violento e irrazionale del sistema[19].
Rubasciov ma non ha ancora scoperto che il suo crimine non è quello per cui morirà, perciò non serve a nulla confessare profondamente:

Mi riconosco colpevole di avere posto il problema della colpevolezza e dell’innocenza più in alto di quello dell’utilità e del danno. Infine, mi riconosco colpevole d’avere preposto l’idea dell’uomo a quella dell’umanità… [20]

I conti di Koestler con comunismo non vengono mai meno. Crollata la Francia durante la seconda guerra mondiale egli viene internato dai tedeschi; ma riuscendo a disorientare un poliziotto entra nella clandestinità, raggiungendo – con la nuova identità militare – Casablanca. Da qui sbarca nel porto neutrale di Lisbona, nel quale è ambientatoil terzo romanzo, il più distopico, il più autobiografico: Arrivo e Partenza. Tra le prime pagine, un senso di oscuramento: un giovane fuggiasco approda a Neutralia: vuole raggiungere il consolato inglese per arruolarsi contro i nazisti. Tutti sembrano riconoscerlo e giudicarlo[21]: Peter Slavek, un eroe traditore.
Presto, una cicatrice fisica, rimastagli dopo un violento interrogatorio, si converte in una paralisi neurologica, costringendolo all’immobilità. Grazie all’amica psicologa Sonia Bolgar, inizia una serie di soliloqui in cui emerge tutto il suo passato sotto forma di trauma[22]. Riesce così a liberarsi di alcune rimozioni, a muovere pian piano le dita dei piedi. Ma il metodo rivela il suo lato negativo:

E non era forse vero che le sue sensazioni antiche di colpevolezza erano scomparse? […] l’animo suo era purgato fin nelle cavità più celate; le pulizie primaverili di Sonia non era state superficiali. Ma, allora, perché il futuro appariva così irreale? C’era forse un difetto nel metodo di Sonia, malgrado fosse così ingegnoso e sottile? La vegetazione maligna era stata recisa, ma pareva che l’operazione avesse lasciato cicatrici più profonde di quel che ci si aspettasse. Ella aveva promesso di restituirgli il desiderio di vivere, ma invece Peter non aveva provato se non sprazzi di avidità, alternati a un senso di sazietà e stanchezza[23].

Una volta scoperta la causa di un male è possibile cambiarlo? Forse, come afferma Svevo, solo il malato sa qualche cosa di sé stesso. Di questo è sicuro Koestler, che mediante il genere psicologico mette in discussione il valore della psicanalisi:

Ma lei non era là quando questo avvenne, perciò lei non lo sa. […] Lei queste cose le ha lette, ma che significa leggerle? Le fa più male un dente nella sua bocca che non mille morti a Sion. […] Nessuno lo può capire se non c’è passato: terrore, atrocità, oppressione, sono parole. Le statistiche buttano sangue. Vuol sapere cos’è che contano? I particolari.[24]

Il protagonista torna al punto di partenza: non sceglie né di fuggire in America né di passare alla causa nazista di Bertrand, ma di combattere per sé stesso contro sé stesso.


Note:

[1] Arthur Koestler, La scrittura invisibile, Autobiografia 1932-1940, il Mulino, Bologna, 1991, p. 30: “Un estraneo potrebbe domandarsi come possa una persona intelligente sopportare questo bizzarro procedimento a un zigzag della linea del Partito, la risposta è che ogni singolo comunista istruito, sia egli membro del Politburo russo o delle consorterie letterarie francesi, ha una sua filosofia segreta il cui scopo non è di spiegare i fatti, ma di giustificarli.”

[2] Essere ebreo e comunista non appariva tanto strano allora quanto può lasciare increduli oggi. Forse Koestler vedeva nel sionismo una forma di nazionalismo, perciò egoismo borghese; in seguito, terrorismo. A tal proposito, le parole forti dello stesso autore quando dopo l’abbandono del partito torna nuovamente in Palestina: “[…] otto anni da quando avevo lasciato la Palestina, deluso dal ristretto sciovinismo, dall’orizzonte limitato dei coloni sionisti. In quegli otto anni avevo creduto che la piccola e seccante questione ebraica sarebbe stata risolta, insieme alla questione dei negri, alla questione armena e a tutte le altre questioni, nel contesto globale della rivoluzione socialista. […] Ora, uscendo dal partito comunista, vi ero ritornato. […] Non credevo più che quel piccolo e amaro paese offrisse una promessa messianica, un’ispirazione per tutto il genere umano. […] E sapevo anche che le mie radici erano in Europa, che io appartenevo all’Europa, e che se l’Europa affondava, sopravvivere sarebbe stato inutile, e avrei preferito affondare con lei piuttosto che cercare rifugio in un paese che ormai per me non era nient’altro che un rifugio.” Arthur Koestler, La scrittura invisibile, Autobiografia 1932-1940, cit., pp. 445-446.

[3] Giudici e imputati indifferenti, un tribunale invaso dall’oppio, accuse infondate di cospirazione controrivoluzionaria perché s’inventassero i capri espiatori; così da percepirne le premature idiosincrasie, le meschinità, i soprusi insisti nel più grande sistema centralizzato dalla notte dei tempi.

[4] L’essenza atea del comunismo richiede paradossalmente il più grande atto di fede, in cui vengono meno le cause razionali e gli effetti coscienziali.

[5] Appare inoltre interessante come i manoscritti originali vengano sempre perduti, così i romanzi risultano essere una traduzione, una riscrittura – salvati dal fato.

[6] Tony Judt, L’età dell’oblio, Sulle rimozioni del ‘900, Laterza, Bari, 2011, p. 32.

[7] Una raccolta saggistica intitolata Enciclopedia della conoscenza sessuale: “Le ragioni per cui scrissi questi libri erano due. Primo, dovevo guadagnarmi da vivere in qualche modo durante gli anni di fame dell’esilio. Secondariamente,la mia passione di scrivere di scienza popolare non si era mai estinta del tutto, e fra tutte le scienze, la scienza del sesso è paradossalmente la meno conosciuta.” Arthur Koestler, La scrittura invisibile, Autobiografia 1932-1940, cit., p. 246.

[8] “Il mio fallimento come comunista non era dovuto a coincidenze sfortunate, ma a uno schema di personalità che era inadatto a passare persino attraverso il più basso filtro della serie. Era stato un primo sentore di questo che mi aveva fatto preferire scrivere libri sul sesso piuttosto che lavorare per il trust di Munzeberg. Dopo la mia esperienza con l’INFA, lo accettai finalmente come un dato di fatto. Da quel momento – la fine del 1934 – ebbe inizio il mio ritiro cosciente da Partito. Sarebbe durato altri tre anni, perché la guerra in Spagna creò nuovi legami con il Partito, come aveva fatto la vittoria di Hitler. Senza di quella, probabilmente me ne sarei andato quando prese il via la Grande Purga in Russia.” Arthur Koestler, La scrittura invisibile, Autobiografia 1932-1940, cit., p. 301.

[9] Sempre affascinato dal gruppo rivoluzionario Spartakusbund, fondato nel 1917 da Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg.

[10] Per i critici il miglior romanzo del suo autore, perché l’energia – sia essa rabbia, eccitazione, volontà – del presente era stata proiettata in un capolavoro del passato, purificato dal caos dell’attualità. Anche se il romanzo non è molto conosciuto dal pubblico, aprì la strada al fascino del gladiatore; così il successivo Spartacus del 1951 di Howard Fast divenne un bestseller, quindi un film pluripremiato, diretto da Stanley Kubrick nel 1960.

[11] “Così, per i fini del mio rompicapo, io partii dal presupposto che fra i numerosi tipi stravaganti, riformatori e settari che la sua orda doveva aver attirato, Spartaco scelse come suo mentore e guida un membro della setta giudaica degli Esseni, l’unica comunità civilizzata di una certa dimensione che allora praticava un comunismo primitivo e predicava che  “ciò che è mio è tuo, ciò che tuo è mio”.” Arthur Koestler, La scrittura invisibile, Autobiografia 1932-1940, cit., pp. 308-309.

[12] Il titolo è una riduzione di un verso miltoniano: Oh buio, buio, buio, nel fulgore del mezzogiorno. Questo secondo romanzoinvece fu acclamato dal pubblico, divenendo un best seller; diede un posto nella storia allo scrittore ormai inglese.

[13] Che curiosamente nel romanzo diventa la 404, descritta come la sua vera stanza.

[14] Sebbene ne Il processo Josef K. non sappia quale sia la ragione del suo arresto, a tal punto che finirà per dimenticarsene, divenendo un personaggio esistenziale, secondo il meccanismo dell’allegoria vuota

[15] Il primo magistrato inquirente di Partito che usa il metodo psicologico per estorcere informazioni alle vittime.

[16] Arthur Koestler, Buio a mezzogiorno, Mondadori,  Milano, 1996, p. 169.

[17] Alludete alla tortura fisica, rispose Gletkin con tono pratico. A quanto ne so, è proibita dal nostro codice penale.” Arthur Koestler, Buio a mezzogiorno, cit., p. 242.

[18] “I crimini e gli errori del comunismo non vengono negati. Tutt’altro. Ma sono presenti come deformazioni essenzialmente intellettuali.” Tony Judt, L’età dell’oblio, Sulle rimozioni del ‘900, cit., pp. 44-45.

[19] Sebbene non sia lontanamente a livello del romanzo 1984, al crudo realismo fisico e psicologico di Orwell nella descrizione delle torture fisiche scontate da Winston Smith.

[20] Arthur Koestler, Buio a mezzogiorno, cit., p. 208.

[21] “Quel che serve alla rivoluzione non sono gli eroi, ma i ferrei servitori delle masse”, “Si metterà sempre dalla parte di chi perde.” Arthur KoestlerArrivo e partenza, traduzione di Lidia Storoni Mazzolani, collana Oscar classici moderni, Arnoldo Mondadori Editore, 1966, p. 23, p. 26.

[22] Il tradimento innocente del coniglio bianco, le menzogne dette al Partito, il cuore spezzato alla madre, quindi l’esperienza del trasporto misto in un vagone nel quale vi sono gli “ebrei inutili”.

[23] Arthur KoestlerArrivo e partenza, cit., p. 188.

[24] Arthur KoestlerArrivo e partenza, cit., p. 104.


Un pensiero su “La trilogia di Arthur Koestler

Rispondi