Vecchie aperture: tre prose liriche

di Diego Conticello 

 

Ante notturne

Da anni ormai non riesco a non odiare quelle ante veneziane, che non sanno cedere agli immillati toni della soffusione: troppa luce o troppa ombra le trapassa, un manicheismo oltremodo viscerale per lasciarsi apprezzare. Ma la notte, solo nella notte, quando quel velluto oltremare drappeggia e copre l’indefinita macchia ignota, il filtro si annulla e apre lo spasimo a recessi più profondi, a sogni mai sperati nel trambusto abissale d’un sole appannato in eccesso, per le mie abitudini. Ora è la vergine brufolosa a dominare (luna la chiamano in tanti), a dettare i tempi degli innamoramenti, dei supplizî: parassita sospesa d’altre fiaccole, si staglia – sentinella d’eterno – cacciatrice solitaria d’ogni respiro oscuro.

Sporgersi adesso non serve, non serve origliare le idiozie dei passanti, gli screzi delle biciclette, il silenzio avvolge più stretto, la sua tempra dura e lasciva feconda l’anima, la ripara dai disastri del giorno: estasi dei sensi nella morte della ragione.

Sguardi non guardano, la via gravida d’angusto, l’acciottolato che fa timoroso il passo, la lastra impercettibile dirimpetto non osa posare gli iridi cristallini…

Isolitudine ammanta ogni strato d’essenza, non passato, non altro importa. Le stelle ascose dalla foschia, il bruciato di troppi carrozzoni ferrati distraggono l’intimo, ma è un istante; il bujo arrampica, prevale, sconvolge. Questa tessitura forzata svanirà. Tornerà elegia, forse di un vibrìo allucinato; ma se già la tenebra è tormento, l’ignoto è tremore? L’anta troppo tempo ha sottratto, troppo è rimasta dispiegata sottesamente: troppo mi ha avuto il niente!

Si rischia, ad ogni malevola sera, nel lasciare socchiusi spiragli. Cederemo mai completamente se esistere non è che un metariflesso della verbena cremisi allacciata alla balconata ruvida, due muri a ponente?

Vivremo perché viviamo, ameremo perché amiamo, avremo perché abbiamo. Elevarsi è la mera immanenza, il nero solo uno spiffero!

Unica parete incostante

Una lastra canuta non può fermare richiami, echi ad un “naturalismo” provvisto di datazioni. La spinata ambra delle facciate torna a vite trapassate sugli archi scorciati, alteri, dove chissà quali amplessi consunti sotto portici e mantelli…

Vittime le toste donnine di ritorno alla dimora, carnefice un amatore stanco di sentimento ora possessore passeggero, fugace nelle notti puntellate a cobalto. Qualche uccisa talvolta, per abiura stremata, allora – precoce – avvoltolata in un sacco e mandata giù per il canale e ancora, attraverso il ponte, via per rimpinguare sottesa i primi giacigli dell’anatomista, che la scruterà fino alle viscere, nell’estremo tentativo di carpire i carezzevoli segreti che ne hanno, un tempo, animato le membra.

Efferatezza spavalda d’assassino celato, eppure borghese letterato, volitivo incisore sul timpano dell’uscio di parole in disuso, sconcertanti al passante:

INTRO AGE TE PROBITAS ABSISTE NEQVICIA.

Inganno misterico il sangue di quelle lettere, fascinazione perversa e, per questo, ancora più perturbante. La morte, la fredda morte in pupille ora tremolanti; etereo e attimale senso per la lascivia delle consenzienti, chinate dentro il velcro del peccato istintivo, subitaneo: essenza stessa del piacere.

L’unica parete incostante ha permesso di catturare l’estro ignorato, forse perché non mai avvenuto!

Traccia vitale

Scorre il vivere e tralascia l’essenza; ma tu l’hai fermata nei ghirigori annerati che – da millenni – appagano ogni ansia, eternano ogni senso.

Hai colmato il vacuo, il vano; curvato senza piacere l’amore, l’utopia; soggiogata o rafforzata la rabbia; aspersa l’ennesima disillusione.

Compagna acerba d’innumerati attimi carnali, ti svuoti nel tracciare la passione, svenata nell’evitare la mancanza d’ideali, di silenzio.

Per troppi sei stata e sarai sempre surrogato di ori neri che arsènicano i volti spenti, consunti, opachi dell’uomo post-moderno. Diafana pensavi di trapassare i secoli, di sfuggire negli anditi dimentichi dell’ipocrisia, sebbene si sono scempiati regni, uccisi uomini liberi per i tuoi andirivieni di valzer: sognavano globi dissentiti, meno umbratili.

Pericolosa più d’un pugnale, svetti oltre le piume in volo, poi – in vertigine – solchi il mondo, quasi divina sferza contro gli ignavi, contro chi non disdegna d’ignorare.

Onirica e terragna scorri l’immane vivere, ma non tralasci l’essenza!

Diego Conticello

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