Poesie per il fine settimana: Domenico Arturo Ingenito (Per camminare rapidi sulle acque)

a cura di Diego Conticello

E non l’avevo mai capito io

se nel pulsare stretti fra le braccia
fosse mio oppure tuo quel cuore.
Qui dentro adesso amore nulla batte
e mi chiedo quali siano per te
dell’addio le parole esatte.
Cosa dirti se mi mostri la mappa
degli dei fenici inginocchiati a te
nella più bella delle forme?
Pur profanando incanti
resti là dove nulla può toccarti
e tutto mi è dolore.
Ah gli amori, questi tuoi amori
elevati al canto dei ceppi accesi
maledetti quei calzari, le pietre
maledette forme antiche, i silenzi,
maledetta Didone
madre di questa mia perdizione.

ARCHITETTURA

(Contro il silenzio di Herberto Helder)

Dirò di una città quando evolvono le luci,
quando consacrati gesti l’assalgono,
ché io dispieghi uno spazio solenne, unificato
in virtù del fuoco infantile.
Dirò di una città quando bassa
si inoltra per fuochi interiori, rare pietre
rivoltate nel palmo della mano.
Città sono finestre roventi
sventrate piazze meridiane,
stanze scardinate dalla pioggia:
volti come girassero su cardini,
e dentro ogni cosa, la morte, o la follia.
Statue incarnate, nel sangue innalzate.
Il silenzio poi ripiegato
prostrato nella forza della luce.
Città esistono tra le madri che contemplano
i fiori nelle foglie innervate dal sonno.
La creatura bianca poi tesa
nel suo verso interno come nel fondo
di una impressa età dell’oro.
Città sono fisse dimore
aggrappate al tizzone di coste infiammate:
rumore di passi, profondità,
misteriosa devozione.

LISBÓNA – TEHRÀN
Lo sai,
potrò coglierti in qualche modo,
mai completo, io in questa lingua
eppure fortificato, inteiro nello spaccarsi,
tra l’altra lingua che le mani mie atravessa
e questo petto che strane cose dar bamdàd
per te canta al mattino.
Costruirò in te la patria del cuore
che impazzito si traduce
fra i due estremi dei continenti rovesciati,
midunì, dèlam asìre
lo sai, prigioniero è il mio cuore
con grazia no sossego dos beijos,
vou sentir a tua falta
sentir la tua mancanza nella pace
dei baci asheghané mibinàmet
amorosamente ti sguardo.
Ho una grammatica di sentimenti
da insegnarti purché tu conosca
il margine che dos azuis mais cheios
encarna-se minh’alma
dei più pieni azzurri
mi s’incarna l’anima di possederci
sempre sul confine estremo
con chi parla del sussurro la notte
con la voce spezzata dall’argento
dove mazra’é-ye sabz-e falàk dìdam-o
das-e màh-e now
vidi i campi verdi del cielo
e la falce
della luna
nuova.
Come dirti ancora violentemente
che la casa non è altro che torcia:
irrompe nel cuore tra altopiani
e valli di papaveri bruciati dal sole
dei tuoi baci.
Sì,
anseio o sabor da tua saliva
na minha garganta
ardente desidero il sapore
nella mia bocca della tua saliva
Ma non preoccuparti
zàr-o sim rà khahàm feshànd
bar del-e faghìr-e durtarìn zaminhà
è l’oro
e l’argento
che spargerò sul povero cuore
delle terre più lontane
Sfigurare allora l’oggetto che mi offri
nella lingua più bella
trasmutare il nome in quest’altra costa
pienamente azzurra e restituirla
ai villaggi perduti
riscrivermi così
in te
nelle mille parole che pur ti riconosco
inventare
o pronunciare sgraziatamente
quello che noi, come sai,
non apparteniamo
a esta ilha no meio do campo
quest’isola
in mezzo
al campo,
siamo forse una Triste
Razza
Cantante
spezzata fra le terre che dentro
ci abitano, ey sàrv-e siminbàr
o cipresso
dal petto d’argento
ascolta come si scuote il cuore
quando nella frattura
ti estraggo come più puro rubino
delle tue labbra accese
di parole non ancora inventate
eppure già sfavilla l’ora di volerti
nos braços desta janela luminosa
nelle braccia di questa luminosa finestra
dar mehmanì-ye aftàb,
zìr-e roshana’ì-ye
setaregàn-e abiràng.
nella festa del sole, sotto il fulgore
di azzurre stelle Sì, aré, sim,
verrò a cercarti, dar talàbet, à tua procura,
per apprendere con te, ba to, aprender,
teneramente lontani, dur-o latif-o longe
la nostalgia, (ghorbàt-o saudad-o sowdà?)
di quell’altopiano tra le piazze e le strade,
as ruas e as meydanhà
di una città bella, a cidade-e zibà
bianca tra le colline,
branca dar myan-e teppehà, di silenzio
sokùt perco-me em tid
ove in te mi perdo.
Metafora o simbolo non importa,
tra un ponte e l’altro
sottili le tue mani come fiumi in tumulto
e leggère le gambe tra le luci.
Sensazione prima del mattino,
con un po’ di nero ti copri le spalle
e gli occhi per il troppo fuoco
che ti sfiora.
Amare in due direzioni II

PETRARCA E HAFEZ

Alla memoria degli occhi
di ch’io parlai sí caldamente,
al tempo in cui di nascosto
tu ci guardavi,
e il segno dell’amarti marcava le linee
della fronte nostra, et le braccia
et le mani et i piedi e ‘l viso.
Alla memoria degli occhi tuoi,
che m’avean sí da me stesso diviso,
ucciso nella collera
mentre le tue labbra dolci, unmiracolo del Cristo,
in vita mi portaron
et fatto singular da l’altra gente.
Alla memoria di noi due,
inebriati nel convivio dell’affetto,
altri non c’erano se non me e te,
e le crespe chiome d’òr puro lucente,
nella grazia del Sovrano del Mondo,
e ‘l lampeggiar de l’angelico riso.
Alla memoria delle gote tue,
che solean fare in terra un paradiso,
accendean la fiamma della gioia,
e adesso questi riarsi cuori,
che come falena sulla fiaccola
s’avventavano,
poca polvere son,
che nulla sente.
Alla memoria di quando il sorriso del vino
versavi nella coppa di rubino
e carezzavo storie,
scambiavo segreti,
accanto alle tue labbra.
Et io pur vivo nella memoria
della mia vita tra i bordelli,
onde mi doglio et sdegno,
inebriato dalle coppe dei belli
là, dove c’era tutto quello che oggi rimpiango,
rimaso senza ‘l lume ch’amai tanto,
così chino ormai in moschea
in gran fortuna
e ‘n disarmato legno.
Alla memoria
delle vostre mani or sia qui fine
al mio amoroso canto,
secca è la vena de l’usato ingegno
che toccava queste perle intonse,
di ghirlande, in splendidi versi
intessute, et la cetera mia
rivolta in pianto.
E negli anni per lui
la poesia diventò
l’atterrito esercizio
di un coraggio senza fine.
Nemmeno gli alberi ormai
parlavano più
la sua lingua.
Si fece vergogna minerale
ancestrale pudore,
crepa nel terreno
quando il ghiaccio lo spezza.

Per camminare rapidi sulle acque

Cantavàmo come passeri selvatici
quando i rettili ascesero alle piume
ed il senso affiorava ai suoi segnali.
Nelle foglie una ad una il ripetersi
delle stelle ululate in gola a fiato pieno:
presto il potere di portare in vita
e sigillare con il corpo e con il sangue
la verità dei cuori illuminati.
Cantavamo come passeri selvatici
i versetti serrati dentro il petto,
cantavamo ispirati, ribollenti
ad occhi spalancati.

Con l’odore così forte
di volpe dentro un nido
a nulla ti valse il troppo amare
la tua progenie è andata
colomba dal collare.
Che ti resti la sorte elettrica
delle effimere alate,
le sterili beccate.
Potessi io almeno con te ricalcare
la lentezza dei tuoi passi
nella terra stretta del ritorno.
Ti manchi pure fede, strazio meridiano:
di te paralizzato sguardo spalancato
io sento il vero, il prossimo futuro.

Questo libro mostra accanitamente quanto una possibile futura forma della poesia non possa darsi che nel tentativo di riappropriarsi di una Retorica, quale essa sia; di un sistema di espressione che ritorni valido e significante soltanto se scontato dal sangue della propria esperienza, soltanto se capace di mostrare la fatica e il travaglio di questo tentativo. O situiamo a questa altezza la ricerca compiuta in questo libro, oppure facilmente potremmo liquidarlo come un libro esotico, frutto di un attardato eufuista, di un ambiguo traduttore.
(dalla prefazione di Tommaso Di Dio)

Domenico Arturo Ingenito (Vico Equense, 1982), poeta, traduttore e fotografo, ha insegnato letteratura persiana classica e contemporanea all’Università di Oxford (Regno Unito) e alla “Harvard Summer School” in “Studi Ottomani”. Ora docente ad UCLA (Usa), collabora al progetto “Fuochi sull’Acqua – letture di giovani poeti”. Pubblicato in diverse antologie, tra cui: La generazione entrante (Ladolfi), Poeti della lontananza (a cura di Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli, Marco Saya Editore).

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