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Carteggio XXI – Ancora su “Jucci” in forma di epistola

Caro Franco Buffoni,
rileggo ancora Jucci e sento l’importanza della trasfigurazione evocativa compiuta attraverso la relazione “reale” con la persona “Jucci”, il senso vitale della letteratura derivante dal “senhal”, cioè un nuovo attraversamento. Questa raccolta apre un percorso assoluto di salvazione per mezzo del rapporto.
“Vita nuova” che si espande con uno scarto minimo ma evidente rispetto alle operazioni di maniera prodotte in questi ultimi due anni, incentrate sulla dialettica vita/morte che non trova un canale di fuoriuscita dalla constatazione della fine (penso alle costruzioni “nichilistiche” di La morte moglie, Tersa morte o Il sangue amaro). Jucci va oltre questa constatazione e rilancia sull’unico bene possibile, la stessa possibilità dialettica senza rese, né tregue, con una fiducia che attraversa la sofferenza ed emerge in rinnovamento: molto sinceramente, e senza orpelli, le perdite sono stimate nella giustizia dura di un tragitto di maturazione (il che implica un distanziamento dall’accaduto proprio attraverso il ricordo dello stesso – poesia e letteratura solo in questo caso possono coincidere). Una strada adesso è tracciata: dall’aderenza all’evento alla trasformazione, tutto avviene nel movimento continuo – e tutto fisico – di attrazione/repulsione dei corpi; la meta-fisica senza verticalità è l’altro perpetuo dei nostri attraversamenti, soggetti sempre alla nostra ultima umanità.

Gianluca D’Andrea
(Novembre 2014)

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